martedì 2 febbraio 2010

Per la Fiat è solo una questione di soldi

Dopo l’annuncio della cig per 30mila operai Marchionne spiega: “Senza incentivi, conseguenze sulle fabbriche”.

Epifani: “Benzina sul fuoco”.

Camusso: “Incentivi drogano la domanda”.

Da Bonanni ok ai soldi pubblici. Termini Imerese è già chiusa

di D. O.

La Fiat chiude le sue fabbriche per due settimane, mette 30 mila operai in cassa integrazione dopo aver distribuito lauti dividendi ai proprio azionisti, insiste nella chiusura definitiva dello stabilimento siciliano di Termini Imerese (e anzi la anticipa, secondo quanto denuncia la Fiom) e in vista dell’incontro con governo e sindacati del 29 gennaio rimette sul tavolo il buon vecchio aut-aut degli incentivi. Ossia: volete le fabbriche a pieno regime? Non è possibile senza i soldi dello stato. In un’intervista a Repubblica l’amministratore delegato Sergio Marchionne (che il 29 non ci sarà, perchè si trova a Detroit) la spiega senza giri di parole: “Non c’è niente che non sia stato già annunciato con largo anticipo, quando abbiamo ripetuto che senza gli incentivi ci sarebbero state conseguenze sulle fabbriche”. “In assenza degli incentivi – sostiene Marchionne - in Italia si perderanno 300mila auto: il mercato da due milioni scenderà a 1,7 milioni e poiché a soffrirne saranno le vetture piccole, l'impatto sarà più pesante per Fiat”. In quanto a Termini Imerese, incentivi o no per Marchionne il suo destino è già segnato: la Fiat “in futuro non pensa di utilizzare lo stabilimento per nessuno dei suoi business”.

    Marchionne assicura che l’azienda non vuole lo scontro con governo e sindacati. Anche il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, cerca di placare gli animi sostenendo che “tutti i nodi vanno affrontati in un clima di dialogo e confronto con le parti sociali e con il governo, che ha dimostrato in questi mesi una grande attenzione alla filiera dell'auto. In questo senso dalla Fiat, lo abbiamo già detto più volte, c'è la massima disponibilità”.

    Ma lo scontro già c’è e la decisione di mettere in cassa gli operai è stata letta sia dal governo che dai sindacati come una pressione che le parole di Marchionne sembrano in effetti confermare. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha parlato di “scelta inopportuna” e “dialogo difficile”. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, vede “benzina sul fuoco” e spiega: “La scelta dell'azienda di forzare in maniera così netta la chiusura di uno stabilimento, non dare risposte ai precari di Pomigliano, mettere in cassa integrazione 30 mila lavoratori per due settimane proprio quando si deve affrontare con il governo la questione della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, dimostra che l'azienda sta mettendo benzina sul fuoco”.

    Sempre in casa Cgil la segretaria confederale Susanna Camusso legge nell’operato della Fiat “una volontà di pressione per mantenere politiche di incentivi senza vincoli e senza una relazione con quanto avviene negli altri paesi”. Camusso ricorda pure che “politiche di incentivi ‘drogano’ la domanda, ma non determinano un’effettiva ripresa. Il tema vero sulla produzione delle auto deve, invece, riguardare: l’innovazione, le nuove alimentazioni e la sostenibilità; la distribuzione dei volumi produttivi di Fiat e l’aumento della produzione in Italia; garanzie per il futuro degli stabilimenti e dell’occupazione. Questi rimangono per noi i vincoli per un’eventuale politica di incentivi oltre che il centro della discussione sul piano industriale”. “Resta evidente – conclude Camusso - che il futuro industriale nei due stabilimenti del Sud rimane per noi centrale, a partire da una soluzione industriale vera per Termini Imerese in grado di mantenere l’occupazione diretta e indiretta. Fiat non può pensare che una volta annunciato il problema, le sue responsabilità passino in capo ad altri”.

    Assai più propenso agli incentivi il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che durante la trasmissione 'Mattino 5' spiega; “Gli incentivi sono in ballo e noi siamo per darli ma, visto che sono soldi pubblici, a condizione che i cittadini possano riconoscere una loro utilità, vale a dire che non si perdano posti di lavoro”. In quanto a Termini Imerese, “noi sosteniamo che tutti gli altri siti vanno fortificati – dice Bonanni -. Su Termini diciamo che si può pure produrre altro, anche in ausilio a Fiat ma bisogna non chiudere il sito. Se lo Stato dà soldi qualcosa deve anche ottenere”.

    Nel frattempo Termini è chiusa. E’ ancora sospeso l'assemblaggio della Lancia Ypsilon nella fabbrica siciliana, dove lavorano complessivamente 1.350 persone e altre 600 sono occupate nelle aziende dell'indotto. “Noi siamo qui davanti i cancelli pronti a lavorare, lo stop alla produzione non dipende da noi”, dice Roberto Mastrosimone della Fiom Cgil. La decisione di fermare la consegna delle auto è arrivata ieri da Torino. Con un telegramma inviato ai sindacati e a diverse autorità istituzionali, la Fiat ha spiegato le ragioni della scelta: “Da alcuni giorni - scrive la direzione aziendale della fabbrica siciliana - lo stabilimento è teatro di manifestazioni e proteste che in varie forme ne hanno disturbato l'attività lavorativa”. Il riferimento è anche alla protesta, ancora in corso, dei 13 dipendenti della Delivery Email (18 occupati in tutto) che da martedì scorso manifestano su uno dei capannoni dello stabilimento in difesa del loro posto di lavoro, dopo avere ricevuto una lettera di licenziamento a partire dal primo febbraio. “Motivi di sicurezza e blocco delle merci sono solo un pretesto, la verità è che la Fiat sta anticipando la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese: è molto grave”. Questa la replica di Mastrosimone. “I lavoratori di Fiat sia ieri sia stamattina - dice Mastrosimone - si sono presentanti sul posto di lavoro, è la Fiat che ne ha impedito l'ingresso. Per noi sono in cassaintegrazione”.

    “Abbiamo gia' 16 lavoratori sui tetti a Termini (i dipendenti dell’azienda di servizi Delivery Email, ndr), altrettanti a Pomigliano, ora arriva l'annuncio del blocco degli stabilimenti proprio alla vigilia dell'incontro al Ministero dello sviluppo economico. Direi che la situazione non è solo preoccupante, ma che l'atteggiamento di Fiat è assolutamente arrogante e inaccettabile”. Aggiunge Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, ai microfoni di CnrMedia.

a cura di rassegna.it  

martedì 19 gennaio 2010

tassare le banche, crisi, Fiat, metallmeccanici, sciopero Italtel

In breve

a cura di rassegna.it

 

Crisi

Obama propone di tassare le banche

 

"Una tassa sulla responsabilità della crisi finanziaria da imporre alle maggiori società finanziarie degli Stati Uniti". Lo annuncia la Casa Bianca anticipando le grandi linee delle proposte in arrivo dal presidente Barack Obama. L'idea è quella d'imporre la tassa sulla responsabilità della crisi, che dovrà ricevere il via libera del Congresso, fino a quando "il popolo americano non sarà stato totalmente compensato per l'assistenza straordinaria fornita a Wall Street". La tassa avrà una durata minima di dieci anni, di più se necessario, per restituire al Tesoro gli aiuti del Tarp (Troubled Asset Relief Program) destinato a risollevare la banche colpite dalla crisi dell'anno scorso.

 

 

Crisi

Fmi, per lavoro peggio deve ancora arrivare

 

Mentre alcuni parlano dell'inizio della ripresa, per il mondo del lavoro "il peggio crisi rischia di dover ancora arrivare". L'ammonimento arriva dal direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn: "Negli Usa e nell'area dell'euro la disoccupazione ha raggiunto il 10 per cento, e potrebbe aumentare ancora", ha affermato durante una conferenza stampa.
    "Dobbiamo tutti tenere bene a mente che una crisi del lavoro non ha solo natura economica, ma ha anche una natura sociale. Questa crisi del lavoro durerà ancora per mesi - ha proseguito - non possiamo dire che sia alle nostre spalle". A suo giudizio, i governi devono prendere misure appropriate, ad esempio, con l'economia che migliora "spostare parte dei fondi di sostegno che hanno già deciso di spendere verso il lavoro".

 

 

Fiat

Rinaldini, sciopero sarà di tutto il gruppo

 

"Credo vada sottolineato che lo sciopero che i sindacati dei metalmeccanici hanno proclamato oggi unitariamente non riguarda solo gli stabilimenti auto, ma l'intero Gruppo Fiat, compresi anche veicoli industriali, macchine agricole e movimento terra, componentistica". Lo precisa in una nota il segretario generale della Fiom Cgil, Gianni Rinaldini. "Lo sciopero è stato quindi fissato per il 3 febbraio - aggiunge il leader sindacale - perché un'iniziativa di lotta di queste dimensioni va preparata con assemblee in tutti gli stabilimenti del Gruppo".

 

 

Metalmeccanici

Mirafiori Presse boccia il nuovo contratto

 

L'assemblea delle Presse della Fiat Mirafiori ha approvato un ordine del giorno in cui si boccia l'accordo per il contratto dei metalmeccanici e si chiede il voto di tutti i lavoratori. Lo rende noto la Fiom. L'assemblea, alla quale hanno partecipato circa 200 lavoratori, era stata organizzata dalla Fim e dalla Uilm per spiegare l'accordo. Erano presenti il segretario nazionale della Fim Bruno Vitali e il segretario generale della Fim di Torino, Claudio Chiarle. A darne notizia è l'Ansa.

 

 

Italtel

sciopero riuscito a Roma e Milano

 

"Dire che uno sciopero è riuscito al 100% è riduttivo nel caso di quello che è accaduto questa mattina nella sede Italtel di Settimo Milanese". A dirlo in una nota è la Fiom Cgil di Milano, riferendo che "tutti i lavoratori di Castelletto hanno aderito alla mobilitazione indetta per contestare l'ennesimo taglio occupazionale (450 esuberi) annunciato l'8 gennaio dai vertici dell'impresa e che più di 500 persone hanno partecipato al presidio organizzato davanti all'ingresso del sito". Sciopero e manifestazione anche nella Capitale.

 

 

Economia

Fitoussi: "La statistica? Questione di democrazia"

 

All'Istat l'incontro "Oltre il Pil". L'economista spiega perché non misura il benessere: "Se la gente non si riconosce nei numeri, ha l'impressione che siano manipolati". Servono nuovi indicatori basati su famiglie, redditi medi e condizioni materiali.

 

 
 
 

"Io giudice reo di ateismo" / "Serve una nuova Lepanto" / "Se si ritorna a Crispi"

Io giudice reo di ateismo
 
Il prossimo 22 gennaio di fronte al CSM il caso del giudice Luigi Tosti, sospeso e condannato perché laicista militante Avviso tutti gli amici che mi hanno sostenuto nella battaglia per la rimozione dei crocifissi dalle aule dei tribunali italiani che il prossimo 22 gennaio 2010 sarà celebrato, dinanzi al Consiglio Superiore della Magistratura, Piazza Indipendenza n. 4, ROMA, il procedimento disciplinare che è stato aperto, circa 5 anni fa, a mio carico per essermi io rifiutato di tenere le udienze sotto l'incombenza dei crocifissi. Un procedimento, questo, per il quale ha subito due condane penali ad un anno di reclusione (poi annullate dalla Cassazione) e sto subendo, da 4 anni, la sospensione dallo stipendio e dalle funzioni. Mi difenderò da solo e l'udienza sarà pubblica (anche se l'aula non è particolarmente capiente). La presenza di televisioni sarebbe oltremodo gradita, non avendo io alcunché da nascondere o di cui vergognarmi: credo, però, che l'Avv. Nicola Mancino negherà le autorizzazioni per impedire che venga ripreso questo processo, degno della migliore Santa Inquisizione della Chiesa cattolica. In ogni caso, rappresento che presterò il consenso preventivo a quanti vogliano chiedere di riprendere il processo e divulgarlo. In caso di condanna e di conseguente rimozione dalla magistratura, adirò la Corte Europea dei diritti dell'Uomo: in caso di assoluzione e di reintegrazione in servizio, seguiterò a rifiutarmi di tenere le udienze sino a che il Ministro di Giustizia (oggi Angelino Alfano) non avrà rimosso l'ultimo crocifisso dall'ultima aula di giustizia della Colonia Pontifica, cioè dell'Italia. Presagisco (ed anzi spero) che i membri del CSM, per non offendere i desiderata di Papa Benedetto XVI ed anche per non correre il rischio di essere linciati e di essere bollati come "ubriaconi" (com'è avvenuto per i giudici della CEDU), opteranno per la prima soluzione.
E' gradita la massima diffusione di questa notizia.
Buon Sol Invictus a tutti.

Luigi Tosti
 
 
 
 
La Padania: " Serve una nuova Lepanto"
 

Per «arginare» un Islam sempre aggressivo, come mostrano i rapimenti dei due italiani in Mauritania e il fallito attentato sul volo della Delta, «l'Occidente cristiano» deve reagire con una nuova Lepanto, il che richiede però un nuovo Pio V che dia vita a una Lega Santa. Fatto questo che oggi non è all'orizzonte, visto che la Chiesa «appare del tutto arrendevole, schiacciata del tutto su posizioni solidaristiche del tutto perdenti». Gli fa eco il Giornale della famiglia Berlusconi, quello che parla del partito dell'amore e minchiate varie, titolando "Fermiamo gli immigrati islamici". Il buon Feltri si scaglia contro chi vorrebbe una legge per dare cittadinanza agli extra comunitari, praticamente con Fini e PD. Ma vediamo come, secondo la lega, cosa dovrebbe fare il Pio V di turno.

    La battaglia di Lepanto, località sul Golfo di Corinto, dove avvenne lo storico scontro del 7 ottobre 1571 tra le flotte musulmane dell'Impero Ottomano e della cristiana Lega Santa che, riuniva forze navali di Venezia, della Spagna (con Napoli e Sicilia) "praticamente terroni", di Roma, di Genova, dei Cavalieri di Malta e del Ducato di Savoia, federate sotto le insegne pontificie. La coalizione cristiana era stata promossa da Papa Pio V per soccorrere la "cristianità veneziana". In quella battaglia navale, "il saraceno e mamma li turchi", furono sconfitti. Papa Pio V prima di diventare pontefice fu nominato inquisitore generale da Pio IV e organizzò la distruzione delle colonie calabre dei valdesi, nel giugno 1561. Con il supporto dei signorotti locali, presero d'assalto la zona nord- ovest della regione, dov'erano gli insediamenti valdesi distruggendo interi villaggi e sterminandone le popolazioni. Il massacro si concluse con la cattura di circa 1.600 persone e l'uccisione di altri 2.200 uomini, donne e bambini di confessione valdese, con modalità raccapriccianti. 

    Secondo la Lega, ed anche secondo il "Giornale", la cristianità dovrebbe usare la logica dello sterminio calabro Valdese. Un Papa che, come si professa Berlusconi, abbia le palle. Un pensiero gentile da proporre per il nuovo corso della storia politica italiana, un passo verso il partito dell'amore e contro l'odio. Un piccolo passo per Berlusconi e Bossi, un grande balzo per l'umanità... verso il baratro.

 

Vito Fichera
 
 

 

Se si ritorna a Crispi

 

L'incredibile, allucinata requisitoria dell'on. Cicchitto – già affiliato alla P2 – nel corso del dibattito parlamentare sull'aggressione al presidente del consiglio (per una sintesi cfr. il Fatto Quotidiano, 16 dicembre) è una sorta di revival degli anni Settanta, ma di segno sconvolto: criminalizzazione delle opposizioni ed evocazione di trame e di congiure sotto forma di network. Si rivela così un tipico meccanismo psicologico, per cui la repulsione esacerbata di una realtà si accompagna al suo desiderio. E l'oggetto di questo voluttuoso timore sono gli anni Settanta. Quando si sparava sulle manifestazioni e i responsabili in divisa di omicidi erano coperti da un'imperturbabile impunità, solo recentemente appena scalfita dalle laboriose indagini sui "fatti di Genova", col loro penoso esito riduttivo, con le loro conseguenze nel grado di fiducia nelle "istituzioni" italiche.

    È ovvia la nostra solidarietà a quelle persone e a quegli organi di stampa colpiti dagli attacchi di colui che può essere considerato l'incarnazione, quasi un rudere, della degenerazione del PSI nella seconda metà degli anni Settanta – per chi scrive argomento di rovello storico sin dai tempi del liceo. Un nostro maestro, Gaetano Arfé, ha ricordato alcune volte aneddoti riguardanti l'attuale capogruppo delle destre alla Camera. Qui mette conto ricordare solo il colloquio di Arfé con un amareggiato Riccardo Lombardi, quando, in occasione della diffusione dei nomi degli affiliati alla P2, fu chiaro chi fosse uno dei suoi giovani più attivi (e commenta Arfé: Lombardi era troppo fiducioso verso i giovani). Ne derivò un memorabile schiaffo da parte di Lombardi. Potenza simbolica: un capo del CLNAI che schiaffeggia un rampante affiliato alla P2, la Resistenza contro la Propaganda Due. Ahimé, uno schiaffo non bastava per salvare un partito dalla "mutazione antropologica", che proprio i giovani rampanti di allora fiutarono, avallarono, tradussero in quotidiana prassi. Si tratta di un tema che va ripreso, anche perché è lì che si forma uno dei percorsi dell'attuale (ma ormai permanente) anomalia etico-politica in Italia.

    Come ogni discorso istituzionale – ma ormai occorre sottintendere, un istituzionale degradato, direi "sputtanato" – quello tenuto dall'on. Cicchetto va letto anche per le assenze, per l'implicito. Ciò che non dice e ciò che falsifica in modo strumentale, certo; ma anche e soprattutto in relazione a quelle forze – politiche e culturali – che costui non avuto la bontà di citare fra i cospiratori. Per chi non lo avesse notato, brillano le assenze dei quotidiani e degli organi di informazione della sinistra, in primis il manifesto. Mancano i partiti e le associazioni della sinistra, espulse dal Parlamento, dall'informazione nazionale e da molti enti locali. Mancano i movimenti dissidenti che hanno rianimato l'opposizione alle destre negli ultimi anni, in primis i social forum, in cui il respiro politico-culturale andava ben oltre i (discutibili) V[affa]-day e i (pur lodevoli) NoB-day.

    Insomma, l'attuale compagine governativa dimostra di non limitarsi più al predominio ma di far prove (inconsapevolmente?) di egemonia, almeno in uno dei suoi aspetti: si è scelta da sola e per proprio conto la propria opposizione, radicalizzando contro di essa i toni dello scontro politico e così catalizzando su questa parte rilevante dell'opinione politica. Quella estrerna, estranea e avversa a sé.

    Le altre opposizioni – quelle della sinistra, quelle suicidatesi nel corso degli ultimi quattro anni di oscillazioni, lacerazioni e incertezze – devono tornare a combattere la lotta per il proprio riconoscimento. Siamo tornati a prima di Crispi, l'ex garibaldino che rappresentò ai massimi livelli istituzionali l'involuzione degli ideali risorgimentali nell'Italia post-unitaria. Un salto nel passato nient'affatto invidiabile. E una lettura solo occasionale di Salvemini già ci mette in guardia dal ricorrente crispismo dei riformisti nostrani.    

 

Gaetano Colantuono

lunedì 21 dicembre 2009

Orioles su Sher Khan

Lettera
 
Mi ha fatto molto piacere leggere nell'ADL il pezzo di Orioles sulla morte di un politico pakistano Sher Khan. Ho condiviso molto tempo della mia vita antesvizzera con persone come Riccardo Orioles e Dino Frisullo con il quale ho avuto molta amicizia. Vi ringrazio, perchè attraverso il vostro foglio, sono riuscito ad avere questa notizia, qui in Italia, che non l'avevo letta da altre parti. Eppure, come puoi ben immaginare sono sui giornali e sui siti dalla mattina alla sera. Vuol dire che il vostro giornale serve, che è un foglio di informazione utile, perché ogni cosa che riesce a trasformare la notizia e l'informazione, in una emozione, in un ricordo, in una lacrima, è importante. Davvero grazie di cuore.

Massimo Pillera
       

domenica 13 dicembre 2009

Identità plurali, farmaco, polemiche e liberta di stampa

 
 
 

Le identità plurali e la

"libertà fridomiana"

 

 

Sulla "prospettiva panoramica" dei paesaggi locale e nazionale (cf. La legge e il panorama sull'ADL del 4.12.09) consiglierei di micro-focalizzare il  nostro panorama dentro una qualsiasi aula di scuola dell'obbligo. Ecco la mia proposta.

 

 

La proposta dovrebbe partire dall'iniziativa dei genitori per "pretendere" che nell'aula dei rispettivi bambini ogni singola coppia di genitori - ma anche ogni singolo genitore in quanto tale – abbia il diritto (diritto-dovere) di esporre un proprio simbolo identitario culturale che può essere religioso (la Croce, la Mezzaluna, la Stella di Davide) ma anche politico, storico-nazionale, storico-figurativo (come la fisionomia di un personaggio tipo Leonardo da Vinci, Alessandro Volta, Bertrand Russell, Einstein).

    L'importante è riuscire a dimostrare che la ricchezza del patrimonio culturale sta nella libertà di ciascuno, non nella chiusura dogmatica e mentale di una istituzione contrapposta all'altra! Questa generale e condivisa libertà di ciascuno è quella che io chiamo "libertà fridomiana" tanto per darle un proprio nome che la differenzi da altri tipi di libertà che "le strutture chiuse, autarchiche, dogmatiche" pretendono di far convivere con dei sistemi di legislazione puramente omologatori e necessariamente oscurantisti, totalitari, repressivi nonché "regressivi".

    Mi sono spiegato? Sono convinto che per gli italiani della Confederazione Elvetica l'iniziativa diretta dei genitori e l'esperienza diretta, vissuta in prima persona dai loro bambini, sarebbe più facile che non in Italia e che, nello stesso tempo, tale esperienza sarebbe mentalmente molto educativa: questo per gli stessi figli della cultura nazionale elvetica.

 
 
Francesco Introzzi (Cuneo)
 

 

 

 

 

Sul tema

del possibile

"farmaco". . .

 

 

Riguardo a quello che Andrea Ermano ha scritto successivamente al (prevedibile) fallimento del vertice Fao sul problema demografico ecc. (cf. ADL, 25.11.09, Ma forse un "farmaco" ci sarebbe), sto leggendo un libro che a mio parere dovrebbe essere eletto a "lettura obbligatoria di stato" al diciottesimo anno di eta' di tutti i cittadini del mondo:

 

Claudio Naranjo, La civiltà, un male curabile, Franco Angeli Edizioni (Milano, 2007)

 

 

Cordialmente,

Chiara Camillo

SCHEDA

 

La civiltà, un 

male curabile

 

 

L'attuale malessere di quella che definiamo "civiltà" ha radici - sostiene l'autore di questo libro - nella civiltà stessa, civiltà che si identifica con l'organizzazione patriarcale della società e della mente originatesi nel tardo neolitico. La "civiltà" si presenta dunque come una reazione patologica degli esseri umani a una condizione traumatica di un lontano passato e attualmente non risulta essere più funzionale.

    Nell'ottica di poter giungere a un modello sociale alternativo, non più supportato da quella che egli chiama "la mente patriarcale", Naranjo propone la tesi che solamente l'educazione abbia forse il potere di capovolgere il corso della storia e operare una reale trasformazione. Sulla base di questa convinzione, egli propone un modello educativo alternativo che promuova lo sviluppo psico-spirituale dell'individuo e che lo renda capace di cooperare ad una necessaria evoluzione sociale.

 

    Claudio Naranjo (Valparaiso, 1932) ha studiato medicina, psichiatria, musica e filosofia. È stato tra i fondatori dell'Esalen Institute in California, diventando in seguito uno dei tre successori di Fritz Perls. Attualmente si dedica quasi esclusivamente alla formazione transpersonale e integrativa di psicoterapeuti e insegnanti, in diversi paesi europei e sudamericani. È autore di  The End of Patriarchy and the Dawning of a Tri-une Society (1994), saggio da cui deriva il volume qui segnalato.

 
 
 
 
 
 
 

NON POLEMICHE

MA FATTI

 

 

Credo che quando si intraprendono campagne contro gli illeciti fiscali, bisognerebbe distinguere chiaramente tra chi è andato all'estero per trovare un lavoro e chi invece si è trovato una residenza fittizia per evadere le tasse.

 

 

Non è nelle mie intenzioni aprire polemiche sugli effetti del cosiddetto scudo fiscale sui cittadini italiani residenti nel nostro Paese, ma occupati nella Confederazione Elvetica. È un dato di fatto che si siano registrate tensioni tra l'Italia e la Svizzera, forse si sono creati anche problemi interpretativi per ciò che riguarda l'applicazione dello scudo ai frontalieri. Ciò poteva essere evitato se solo si fosse applicato l'accordo siglato nel 1976 tra i due paesi, che regolamenta sino ad oggi l' imposizione fiscale in Svizzera e la compensazione finanziaria ai comuni italiani di confine.

    Su questo problema ho scritto e pubblicato una presa di posizione, in quanto mi sono state rappresentate diverse e fondate preoccupazioni di nostri connazionali, che avevano ricevuto dall'Agenzia delle Entrate un' ingiunzione a regolarizzare la loro posizione e a far rientrare i loro risparmi. Si tratta per altro di connazionali che in molti casi non hanno mai lasciato definitivamente la Svizzera, ma hanno semplicemente prolungato le loro ferie nei loro paesi d'origine. Credo che quando si intraprendono campagne contro gli illeciti fiscali, bisognerebbe distinguere chiaramente tra chi è andato all'estero per trovare un lavoro e chi invece si è trovato una residenza fittizia per evadere le tasse.

    Confermo e sottoscrivo che la generalità degli italiani che lavorano in Svizzera paga regolarmente le tasse. Se poi vi sono delle aree di privilegio o di evasione, dovrebbero essere le istituzioni preposte a fare luce su eventuali fenomeni di illegalità.

    Non capisco la foga nel difendere l'operato dell'Agenzia delle Entrate, quando la stessa ha divulgato, con la circolare N48/E del 17 novembre scorso, un chiarimento che stabilisce i soggetti interessati al cosiddetto "monitoraggio fiscale" ed alla loro residenza. Alla luce di quanto è successo, appare ancora più evidente l'immoralità di questo condono. Prima di me, lo stesso Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, aveva manifestato scetticismo sui controlli che lo scudo prevede per impedire il riciclaggio di capitali mafiosi.

    Egli tra l'altro ha fatto osservare che in altri Paesi che hanno fatto ricorso in questi mesi a provvedimenti analoghi non è stato concesso l'anonimato, non sono state condonate le tasse evase ed è stata prevista una rigorosa certificazione dei predetti capitali, sicché il rischio che capitali di origine criminale rientrino in Italia, beneficiando per di più di una massiccia sanatoria, è evidente. Ritengo che l'evasione fiscale sia una cancrena della nostra società; chi incita ad evadere il fisco non è degno di cittadinanza.

    Come cittadino italiano non mi importa sapere cosa fanno i nostri governanti "sotto le lenzuola", ma mi sento in diritto di esprimere le mie critiche al modo di governare, al fatto che ormai ci sia diffusa indifferenza morale. Quindi le domande che mi pongo sono: governano bene? Fanno gli interessi dell'Italia o solo i propri?

    Rispetto a queste domande parlano i dati e le cifre fornite dallo stesso governo: il deficit quest'anno è arrivato al 5,2 per cento ed è molto probabile che salga ancora. In parte ciò è dovuto alla crisi internazionale, ma in parte è dovuto a cause interne, e cioè alla diminuzione delle entrate fiscali e all'andamento della spesa pubblica. La spesa pubblica, che è aumentata in un anno del 4,9 per cento. In cifre assolute di 35 miliardi di euro. Stiamo parlando di spesa corrente della pubblica amministrazione, cosa se ne è fatto di questi 35 miliardi di maggiore spesa in un anno di vacche magre?

    Non mi si venga a dire che sono stati usati per stimolare l'economia, magari fosse così. Invece no, per stimolare l'economia sono stati spesi in tutto 3 miliardi.

    Invece di fare i condoni si dovrebbero ricercare e aggredire le cause di questo disastro. A mio avviso esse sono da ricercare nell'intreccio perverso degli interessi politico-imprenditoriale che si è ormai fatto sistema: è sotto gli occhi di tutti che nei governi regionali, provinciali, comunali vi siano diversi assessori che sono anche imprenditori con una ramificazione di interessi che vanno dalla sanità all'edilizia, dalle opere pubbliche alle bonifiche, dando così vita ad un sistema di autofinanziamento che svuota lo Stato dall'interno.

    A questo punto dico: invece di accusarmi di fare disinformazione, si documentino e, se hanno a cuore le sorti del nostro Paese, vigilino! È evidente infatti che più cresce il malaffare intrecciato con la politica, più cresce il nostro debito pubblico e meno restano le possibilità per stare al passo con il resto d'Europa.

 

 

Corrado Trotta, Wettingen

presidente Comites Argovia  
 
 
 
 
 
 

QUALE LIBERTA'

DI STAMPA

 

Attorno a ogni fatto importante c'era il problema della stampa... Ma a tutti quelli che inneggiano alla libertà di stampa mi verrebbe da chiedere "sì, va bene, ma quale libertà?"

 

Ma cos'è questa libertà di stampa per cui oggi sembriamo pronti, per l'ennesima volta, a strapparci le vesti? E' una domanda che mi faccio da quando ero al liceo, quando sentivamo che era scoppiata una bomba in una banca, che qualcuno aveva buttato giù dalla finestra di una questura un anarchico; quando leggevamo per la prima volta di stragi di stato, servizi segreti, neofascisti, depistaggi.

    All'Università cominciammo a comprare la Repubblica, un'etichetta a buon mercato di borghese progressista (un ossimoro); erano anche anni in cui si girava con il manifesto nella tasca dell'eskimo. Un'altra etichetta scontata. Erano gli anni di Moro. Ancora sangue, misteri, fiumi di inchiostro. Imparavamo cose nuove: stampa di regime, giornalisti venduti, giornalisti ammazzati.

    Attorno a ogni fatto importante c'era il problema stampa.

    Oggi di fatti politici importanti nostrani non se ne vedono poi molti: un'affermazione probabilmente vera se TV di Stato, giornali, settimanali, internet, parlano tutti delle stesse stupidaggini relative a una persona al potere (non di potere) che come tante passerà senza lasciare idee durature. Senza lasciare un segno né un sogno per le nuove generazioni.

    Ma, cosa strana perché sproporzionata in relazione ai fatti che si vorrebbero da una parte tacere, dall'altra amplificare, si è tornati a usare le tre parole magiche "Libertà Di Stampa". Sì, magiche; perché se leggiamo cosa hanno fatto i liberali dell'800 per una stampa libera, quando Carlo Alberto, piegato dagli eventi, concesse a parole la libertà richiesta con la formula rinnegante "La stampa sarà libera ma soggetta a leggi repressive"; se studiamo le considerazioni dei padri della Costituzione degli Stati Uniti d'America in merito alla stampa che portarono al primo emendamento alla Costituzione: "Il Congresso non potrà fare alcuna legge… per limitare la libertà di stampa…".

    Parole magiche, se guardiamo ancora alle lotte della Chiesa di Roma affinché la gente non imparasse a leggere ("il giornalismo è il quarto flagello dell'umanità dopo la fame, la peste e la guerra"); a cosa hanno scritto i rivoluzionari francesi dopo la vittoria ("… ogni cittadino può scrivere, pubblicare liberamente salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge" dando spazio quindi al corso europeo continentale di legislazione speciale sulla stampa).

    Parole magiche, se leggiamo i discorsi fatti nei nostri parlamenti subalpino e romano, le battaglie dei finti liberali alla Costituente per dare al popolo solo a parole la libertà di

stampa e toglierla poi nei fatti; se leggiamo il primo discorso a difesa della libertà di stampa, l'Aeropagitica del poeta John Milton (1644) e i discorsi inascoltati alla Costituente del drammaturgo Vincenzo Tieri (come a dire che poeti e scrittori sono più adatti a parlare di libertà di stampa dei politici); se facciamo questi esercizi ci accorgiamo che, forse, è fuori luogo andare in piazza a urlare parole che hanno ben altra storia, altra dignità.

    In realtà, i problemi della stampa di casa nostra sembrano essere altri: ancora oggi la stampa è regolata da leggi speciali e, fino a che vige una legislazione speciale, certo non si può parlare di stampa libera; ancora oggi il giornalista ha un processo tutto per sé, un processo speciale quindi, che la Corte costituzionale -con salti mortali interpretativi- si ostina a considerare legittimo; ancora l'Albo dei giornalisti, un'idea dei Gesuiti di Civiltà cattolica realizzata a livello normativo dal Fascismo.

    A tutti quelli che inneggiano alla libertà di stampa mi verrebbe da chiedere "sì, va bene, ma quale libertà?"

 

 

RINALDO BOGGIANI 

 

Autore di "Antistoria della libertà di stampa in Italia", Roma, Edizioni Associate, 2009 (3a edizione)