mercoledì 9 dicembre 2015

Chi non vale un fico?!

La provocazione di Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali(?): “Ragazzi, il 110 a 28 anni non vale un fico”

 

Probabilmente la maggior parte dei cittadini e cittadine italiani/e non sa ricordare un nome, tra i tanti presidenti che hanno retto la storia più che centenaria della Lega nazionale cooperative e mutue. Eppure tra essi ci sono stati personaggi di altissimo livello, dal partigiano “titino” Valdo Magnani al presidente dell’Alleanza Internazionale delle Cooperative Ivano Barberini.

    Il nome del penultimo invece, purtroppo, imparano a conoscerlo anche i più distratti. Con grande imbarazzo di chi si sente rinfacciare ad ogni piè sospinto di stare nella stessa organizzazione di quello che è l’attuale Ministro del (non) lavoro.

    Maurizio Crozza ne fustiga l’agreste sempliciottismo, ma – come in altri casi tra le imitazioni del noto comico genovese – l’originale batte di gran lunga ogni caricatura. Paragonato ad un illustre esempio * , il semplicismo delle analisi dell’attuale ministro del lavoro è disarmante. In un paese deindustrializzato, privo ormai di grande imprese nazionali, in recessione da quasi un decennio, con indici di bilancio che sono superati in pejus (tra i paesi dell’Unione Europea) solo dalla Grecia, per Poletti il problema è che i giovani si laureerebbero tardi, perché perseguono l’obiettivo edonistico del massimo dei voti!

    Invece, se si laureassero prima, il lavoro lo troverebbero certamente: grazie ad una sfrenata fantasia lisergica, che non riusciamo a riconoscere nell’ex comunista imolese assurto alla corte renziana grazie al pacchetto conferito di voti emiliano-romagnoli.

    Gianni Rodari l’avrebbe messo in una favola del “Libro degli errori”, ipotizzando che Poletti fosse lui, con le sue dichiarazione paradossali, la possibile radice della crisi italiana.

    Vorrei che Poletti lo sapesse: io, funzionario pro tempore in distacco sindacale presso la Lega delle Cooperative, mi sono laureato non a 21, ma a ben 47 anni. E pure con la lode e la proposta di pubblicazione, terminata con tre ponderosi volumi.

    Perché così tardi?

    Ho fatto molti mestieri, e poi sono andato a lavorare come magazziniere in una cooperativa sociale di inserimento lavorativo. Che una laurea mi servisse per lavorare, già all’epoca era un’utopia regressiva. E mi considero pure fortunato: ci sono miei coetanei che fanno ancora i precari nella scuola. In ogni caso, da mio nonno meccanico ho imparato che le cose fatte bene richiedono il loro tempo. E dal nonno muratore ho ereditato l’imprinting genetico che è meglio star zitti, se prima non si è meditato a lungo.

 

Il partigiano Rino

Un film-documentario intitolato «Rino - La mia ascia di guerra» (coprodotto da Lab 80 film, Metavisioni e Rossofuoco) presentato alla 33esima edizione del Torino Film Festival.

 

Un paio d'anni fa il regista Andrea Zambelli e la produttrice del film sul partigiano Rino vennero a Ginevra per girare e ottennero il sostegno dell'Anpi. Ebbene, i sogni con determinazione si avverano e Andrea non solo ha finito il film, ma questo è stato anche selezionato per il Film Festival di Torino!

    Siamo molto, molto fieri ed emozionati... aspettando di poter vedere il film! Vi rinvio al link con articolo dell’Eco di Bergamo:

 

Anna Biondi, Anpi Ginevra

 

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Pubblichiamo di seguito il progetto del film presentato a suo tempo a Ginevra.

 

Rino Bonalumi, classe 1922, vive con la moglie Lina e la badante rumena a Valbrembo, in provincia di Bergamo. Andrea, il regista, lo conosce da quando era bambino, le famiglie abitavano l’una sopra l’altra.

   Rino e Lina non hanno figli, da subito si affezionano ad Andrea e a suo fratello, diventando una sorta di nonni acquisiti. Quando Andrea è adolescente, Rino resta un punto di riferimento fortissimo, soprattutto rispetto alle scelte politiche. Da un po’ di tempo, Rino non ricorda più niente.

    Andrea ha decine di cassette, nei formati più disparati, in cui Rino racconta la propria storia. E, di conseguenza, quella di Andrea, e di molti altri. E’ la storia di chi sceglie di non adeguarsi all’ordine imposto, di ribellarsi, di essere sempre partigiano.

    La Storia di Rino Dopo l'8 settembre '43, quando l'esercito italiano si sbanda, Rino e decine di commilitoni vengono abbandonati dai loro comandanti e rientrano a casa per conto proprio.

    Rino decide che è il momento di passare all'azione, con un gruppo di amici costituisce una piccola brigata e decidono di assaltare la caserma di Ponte San Pietro per recuperare armi e denaro per finanziare la lotta partigiana.

    Il gruppo di Rino è formato da giovani entusiasti, che scelgono istintivamente l'antifascismo. Sono in sette, senza armi e senza alcuna preparazione politica. Assaltano la caserma in bicicletta, immobilizzano i soldati e portano via trenta fucili e la cassaforte. Il successo di questa azione li spinge a reclutare altri amici e a formare una brigata. Sono un gruppo autonomo, guardano con sospetto alle formazioni cattoliche che li incoraggiano ad entrare nel loro movimento. Vogliono libertà d'azione, non accettano finanziamenti da nessuno.

    Rino sfugge in maniera rocambolesca ad una perquisizione della milizia fascista e rimane latitante con una ventina di uomini. Fino al 25 aprile vivono alla macchia, alternando azioni ben riuscite ad ingenuità dovute all'assenza di preparazione politica e militare. Il 25 aprile la brigata è a Bergamo per partecipare alla Liberazione. Subito dopo decidono di regolare dei conti lasciati in sospeso: organizzano numerose requisizioni ai fascisti locali e non ne vogliono sapere di consegnare le armi.

    Rino e quattro uomini del suo gruppo vengono arrestati e scontano 18 mesi di carcere.

    Quando viene rilasciato emigra in Svizzera per lavorare. E' il 25 Aprile 1954 quando Rino arriva nel Canton Vaud, inizialmente a Saint- Prex e poi a Yverdon dove lavorerà per anni nella fabbrica “Paillard”. Lì parteciperà alle Colonie Libere, forme di associazionismo degli italiani che vivono in Svizzera basate sull'antifascimo e continua a svolgere attività politica. In questa fase della vita sviluppa la sua passione per i cavalli. Li addestra, li filma.

    In fabbrica conosce Lina, una mondina emiliana. Si innamorano e si sposano. Insieme organizzano dei corsi di francese per i migranti italiani, attraverso cui diffondono la stampa comunista. Quindi, nel 1963 vengono arrestati ed espulsi dalla Svizzera. Nel 1980 la coppia va a vivere a Valbrembo, ed è qui che le storie si incrociano: Andrea ha 5 anni.

    Il film è narrato in prima persona, dal regista stesso.

 

Aderite al Movimento per il Risorgimento Socialista

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

L’Assemblea del Movimento Risorgimento Socialista del 28 Novembre a Roma all’Auditorium di via Rieti muove i primi passi di un lungo cammino per riportare in Italia e in Europa la politica di Alternativa all’ultraliberismo finanziario per riportare al centro il Lavoro, come valore, e contro le diseguaglianze della Società del XXI Secolo. Nel nostro Paese l’involuzione democratica, a cui si sta assistendo in un clima di quasi totale impotenta, ha molte cause e modalità, ma è indubbio che la crisi della rappresentanza politica del mondo del lavoro, frantumato a diversi livelli, ne sia una delle radici.

 

di Gaetano Colantuono

 

Si verifica un duplice fenomeno combinato: il profondo slittamento semantico del termine “riforme” dagli anni Settanta ad oggi e la progressiva cancellazione delle riforme popolari ottenute durante il ciclo di lotte fra gli anni Sessanta e Settanta. L’approdo di questa tendenza è ora rappresentata dalla profonda revisione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e dall’attesa espunzione di ogni forza politica di sinistra dai luoghi decisionali (regioni e nuovo Senato, Camera) in virtù della nuova legge elettorale, l’Italikum, e delle altre leggi elettorali regionali. Un ciclo sembra chiudersi, travolgendo idealità, tradizioni, esperienze. Si scorgono appena i vincitori di questa fase.

In questo quadro desolante si colloca anche l’assenza di un partito con una piattaforma socialista. Se si può discutere l’origine della “mutazione antropologica” della cultura politica socialista in Italia, resta incontrovertibile il dato che nessuna delle forze che si autodefiniscono socialiste si pongono in contestazione della cultura politiche dominante – il neoliberismo nelle sue varie forme – ma si pongono tutte all’interno di un perimetro di spartizione di briciole di potere. Lo stesso PSE, divenuto Partito dei Socialisti e Democratici europei, nella sua cogestione a Strasburgo come a Bruxelles con i popolari, in realtà conservatori e liberisti, non contribuisce alla ripresa di un’azione riformista in senso socialista, ossia (nell’accezione codificata in Italia in particolare da Riccardo Lombardi) mediante trasformazioni nella struttura socio-economica a vantaggio dei lavoratori. La parola stessa “riforma” sembra ormai inutilizzabile a causa di un profondo slittamento semantico.

Occorre pertanto ricostruire un movimento socialista di sinistra, contrassegnato in ogni suo aspetto da alcune caratteristiche permanenti.

    ANTILIBERISTA, in quanto pienamente contrario alle politiche liberiste, affinché, insieme ai movimenti di alternativa e di opposizione, le contesti nelle piazze, nei tanti spazi sociali, nei luoghi di cultura e nelle sedi rappresentative, elaborando e coltivando proposte politiche alternative.

    RADICALE nei suoi obiettivi, perché va alla radice delle questioni, rifiutando le opposte tendenze disgregatici della forze organizzate di sinistra, l’estremismo e il moderatismo, così come rifiuta la scollatura fra apparati e base sociale. Facciamo propri tre NO fondamentali: AL RAZZISMO, ALLE GUERRE E AL MILITARISMO, AL NEOLIBERISMO.

    DAL BASSO, in quanto è consapevole delle macerie e delle miserie della sinistra italiana che, anche non metaforicamente, segnano il paesaggio politico e culturale italiano e di cui tanto il precedente quanto l’attuale gruppo dirigente del PD (con i loro partitini-satelliti) portano le principali responsabilità. Da tale consapevolezza deriva la necessità di imparare dagli errori del passato, compreso quello più recente: il rifiuto del potere fine a sé stesso, del politicismo e del governismo con l’alibi dell’assunzione di responsabilità. Ne discende un più ampio coinvolgimento dei soggetti impegnati nei territori con una gestione realmente democratica e trasparente ad ogni livello.

    Comuni punti di riferimento, nei differenti percorsi, sono:

    il richiamo al patrimonio ideale della sinistra socialista italiana, pur nella consapevolezza della sua pluralità, dei suoi limiti e della sua relazione dialettica con altre culture politiche (quella comunista, cristiana, liberale di sinistra, infine quella dei movimenti e dell’ecologismo);

     l’esigenza non più rinviabile di un confronto con il cospicuo patrimonio delle attuali culture e pratiche antiliberiste, espresse prevalentemente dal movimento dei social forum, capaci di rivitalizzare non pochi aspetti della tradizione socialista europea anteriore agli anni Ottanta e di porre questioni centrali dell’agenda politica nazionale e internazionale (nuovo modello di sviluppo, sottrazione dei beni comuni dal mercato, lotta alle disuguaglianze).

    Per fare tutto questo riteniamo di impegnarci nel MOVIMENTO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA. Ci rivolgiamo a quanti e quante hanno già maturato una forte identità socialista, correttamente intesa, non come alibi per isolarsi ma come punto di partenza per una collaborazione con altre soggettività per obiettivi comuni. Ci rivolgiamo a quanti e quante svolgono un prezioso lavoro sociale nei territori, nell’impegno nei sindacati e movimenti, nelle rinnovate forme di mutualismo e nel volontariato. Ci rivolgiamo al mondo della cultura, affinché contribuisca a promuovere una più feconda riflessione non ideologica o dogmatica né priva di un solido metodo (ossia di un’ideologia in accezione propositiva), ricercando in un rinnovato marxismo metodologico e libertario una delle proprie fonti di ispirazione.

    A tutti e tutte chiediamo di aderire al MOVIMENTO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA, di collaborare a radicarlo nei territori e nei luoghi del lavoro e delle altre forme di produzione sociale, di contribuire alla creazione di un autonomo Istituto socialista di cultura quale strumento di memoria storica e di elaborazione politica.

    Affidiamo questo appello coscienti che le tradizioni socialiste non possano tramontare in Italia, mentre altrove in Europa e nel mondo esse rinnovano le lotte e le conquiste e mentre nel nostro paese il tasso di disuguaglianza e le crisi prodotte dall’attuale modello di sviluppo capitalistico assumono livelli insostenibili.

  

http://www.risorgimentosocialista.it/

 

martedì 1 dicembre 2015

Una petizione in difesa della Costituzione - Le ragioni del No

LETTERA APERTA AI DEPUTATI ITALIANI

 

Roma, 25 novembre 2015 — Il prof. Alessandro Pace, Presidente del Comitato per il No, ha inviato una lettera ai deputati italiani spiegando le ragioni per opporsi alla controriforma della Costituzione. La lettera, trasformata in petizione, è aperta alla raccolta di firme su questo link. Vi inviatiamo a firmarla.

 

Onorevoli deputati,

 

1. la vasta e complessa riforma costituzionale che vi accingete a votare in quarta lettura, ma pur sempre nell’ambito della prima deliberazione, è una riforma che, in coerenza col nostro sistema di democrazia parlamentare, avrebbe dovuto procedere dall’iniziativa parlamentare, e non dal Presidente del Consiglio dei ministri Renzi e dal Ministro per le Riforme Boschi. Il che ha determinato inammissibili interferenze da parte dei medesimi sulla libertà di coscienza dei parlamentari in sede referente e in assemblea; e con modalità di approvazione che se legittime per leggi ordinarie, non lo sono certo per le leggi di revisione costituzionali. Come, ad esempio, l’asserita non emendabilità degli articoli approvati sia da Camera che da Senato, che è bensì un principio valido per le leggi ordinarie (art. 104 reg. Sen.) ma non per le leggi costituzionali.

    Contro l’applicabilità di tale norma vi è, infatti, non solo il precedente della Giunta del regolamento della Camera del 5 maggio 1993 (presidente Napolitano), secondo il quale nel procedimento di revisione costituzionale possono essere introdotti emendamenti anche soppressivi pur quando sul testo si sia formata la “doppia conforme”, ma sussiste l’argomento ulteriore - assorbente e insuperabile - secondo il quale, fino a quando non sia stata definitivamente approvata e promulgata, una modifica non può prevalere sulla Costituzione vigente e sostituirsi ad essa.  

    2. Quella che vi accingete ad approvare in seconda lettura, pur sempre nell’ambito della prima deliberazione, è una revisione costituzionale che, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014 - dichiarativa dell’incostituzionalità di talune norme del c.d. Porcellum -, non avrebbe dovuto essere nemmeno presentata in questa legislatura.

    La Corte costituzionale, nella citata sentenza (v. il n. 7 del cons. in dir.), ebbe infatti a precisare che, a seguito dell’incostituzionalità di tali norme, le Camere avrebbero potuto continuare ad operare grazie ad un principio implicito - il «principio fondamentale della continuità dello Stato» - però essenzialmente limitato nel tempo, come esemplificato dalla stessa Corte, in quella sentenza, col richiamo alla  prorogatio prevista negli articoli 61 e 77, comma 2, Cost., che prevedono tutt’al più un’efficacia non superiore ai tre mesi!  

    3. Ancora: tale legge di revisione costituzionale è disomogenea nel contenuto, e pertanto contraria all’art. 48 Cost., in quanto costringe l’elettore ad esprimere con un solo voto il suo favore contestualmente a proposito sia delle modifiche alla forma di governo, sia delle modifiche ai rapporti tra Stato e autonomie locali, ancorché egli sia favorevole solo ad una delle due. Ripetendo così l’errore della riforma Berlusconi del 2005, che violava per l’appunto la libertà di voto dell’elettore.

    4. Gravi e svariate sono poi le perplessità che sollevano gli articoli fin qui approvati, molti dei quali - come si dirà nel prosieguo - ridondano addirittura nella violazione dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale, come tali non sopprimibili ancorché con legge di revisione costituzionale, sulle quali la Corte, come  esplicitamente affermato nella sent. n. 1146 del 1988 (ripetutamente ribadita), si è esplicitamente riservata di dichiararne l’incostituzionalità ove tempestivamente investita della relativa questione.

    I principi supremi che vengono esplicitamente violati dal d.d.dl. Renzi-Boschi sono, in primo luogo, il principio della sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost. (ritenuto ineliminabile dalle sentenze nn. 18 del 1982, 609 del 1988, 309 del 1999, 390 del 1999 e, da ultimo, dalla sent. n. 1 del 2014, secondo la quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare»). In secondo luogo il principio di eguaglianza e di razionalità di cui all’art. 3 Cost. (sentenze nn. 18 del 1982, 388 del 1991, 62 del 1992 e 15 del 1996).

    4.1. Il principio secondo il quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare») è violato dal “nuovo” art. 57, commi 2 e 5, il quale, con una formulazione criptica indegna di una Costituzione, da un lato, esclude comunque che i senatori-sindaci non vengano  eletti dai cittadini nemmeno in via indiretta, dall’altro prevede che la scelta dei senatori-consiglieri regionali avvenga da parte dei consiglieri regionali, che dovrebbero però conformarsi al risultato delle elezioni regionali. Per cui, delle due l’una: o l’elezione dei senatori-consiglieri si conformerà integralmente al risultato delle elezioni regionali e allora ne costituirà un inutile duplicato oppure se ne distaccherà e allora viola il principio dell’elettività diretta del Senato sancito dall’art. 1 della Costituzione.

    Si badi bene: l’esigenza dell’elettività diretta del Senato non è fine a se stessa, essa consegue da ciò, che, anche a seguito della riforma Renzi-Boschi, il Senato eserciterebbe sia la funzione  legislativa sia la funzione di revisione costituzionale che, per definizione, costituiscono il più alto esercizio della sovranità popolare.

    Di qui l’ineludibilità del voto dei cittadini che, della sovranità popolare, «costituisce il principale strumento di manifestazione».

    Senza poi dimenticare che solo l’elezione popolare diretta consentirebbe di svincolare l’elezione del Senato dalle beghe esistenti nei micro-sistemi politici regionali, come è stato sottolineato, tra gli altri, dal Presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri. Il che, detto più ruvidamente, sta a significare che l’elezione diretta sottrarrebbe, almeno in via di principio, le elezioni dei senatori dal tessuto di scandali che contraddistingue la politica locale italiana.

    4.2. Passando alle violazioni del principio supremo di eguaglianza e razionalità (art. 3), la prima e più evidente consiste nella macroscopica differenza numerica dei deputati rispetto ai senatori, che rende praticamente irrilevante - nelle riunioni del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti laici del CSM - la presenza del Senato a fronte della soverchiante rappresentanza della Camera,.

    Sotto un diverso profilo, la competenza dei 100 senatori ad eleggere due giudici costituzionali mentre i 630 deputati ne eleggerebbero solo tre, solleva sia un problema di proporzionalità a svantaggio della Camera, sia un problema di inadeguatezza tecnica dei senatori nella scelta dei giudici costituzionali, che finirebbe per essere effettuata dalle segreterie nazionali dei partiti politici.

    Né si può sottacere che, secondo la riforma Renzi-Boschi, i 95 senatori eletti dai consigli regionali continuerebbero ad esercitare part time la funzione di consigliere regionale o di sindaco, per cui è facile prevedere che eserciterebbero in maniera del tutto insufficiente le funzioni senatoriali. Con un’ulteriore evidente violazione del principio di eguaglianza-razionalità

    4.3. Nel sistema federale tedesco - che alcuni parlamentari erroneamente ritengono di aver introdotto in Italia (sic!) - il Bundesrat, l’equivalente tedesco del nostro Senato (operante però sin dalla Costituzione imperiale del 1870, tranne la parentesi hitleriana), è costituito dalle sole rappresentanze dei singoli Länder che, a seconda dell’importanza del Land, hanno a disposizione da 3 a 6 voti per ogni deliberazione.

    Ebbene, a parte l’ovvia considerazione, anch’essa ignorata, che i cittadini dei singoli Länder eleggono bensì il Governo del Land, me non, indirettamente, il Bundesrat, ciò che deve essere sottolineato è che nel Bundesrat sono presenti i singoli Governi del Länder, con tutto il loro peso politico, nei confronti del Governo federale, derivante dall’elezione popolare.

    Ci si deve allora realisticamente chiedere quale mai forza possa avere il  Senato della Repubblica – privo di effettiva politicità (v. ancora G. Silvestri) -, sia nei confronti dello Stato centrale, sia dei Governatori delle singole Regioni, in quanto composto da soli 100 senatori part time consiglieri o sindaci.

    4.4. Di minore importanza pratica è il problema, che però testimonia la trascuratezza e superficialità del disegno costituzionale del Governo Renzi, della nomina presidenziale dei cinque senatori che durerebbero in carica per sette anni, quanto quindi il Presidente che li ha nominati.

    A parte le perplessità a proposito del “partitino” del Presidente, che verrebbe così costituito, una cosa sono i senatori a vita in un Senato avente finalità generali, altra cosa, assai più discutibile, sono i senatori eletti in un Senato delle autonomie (G. Silvestri, S. Mangiameli).

    Da questo diverso angolo visuale, volendo a tutti i costi mantenere questo  pubblico riconoscimento per chi ha illustrato la Patria, sarebbe allora più logico (rectius, meno illogico) che il riconoscimento avvenisse nell’ambito della Camera dei deputati, in quanto essa sola manterrebbe le funzioni di rappresentanza generale del popolo italiano nell’ambito delle quali i deputati “del Presidente” avrebbero una indubbia funzione culturale da svolgere.

    5. Il vero è che tutti questi apparenti errori e apparenti strafalcioni costituiscono piuttosto dei precisi tasselli che determineranno lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo.

    Grazie all’attribuzione alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col Governo, e, grazie all’Italicum - in conseguenza del quale il partito di maggioranza relativa, anche col 30 per cento dei voti e col 50 per cento degli astenuti, otterrebbe la maggioranza dei seggi - l’asse istituzionale verrà spostato decisamente in favore dell’esecutivo, che diverrebbe a pieno titolo il dominus dell’agenda dei lavori parlamentari, con buona pace della citata sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale, secondo la quale la “rappresentatività” non dovrebbe mai essere penalizzata  dalla “governabilità”.

    Il Governo, rectius, il Premier, sarebbe quindi il dominus dell’agenda parlamentare, anche se un qualche problema la darà la cervellotica varietà di ben otto diversi iter legislativi a seconda delle materie (F. Bilancia).

    Il Governo, rectius, il Premier, dominerà pertanto la Camera dei deputati cui non potrà contrapporsi, alla faccia del barone di Montesquieu, alcun potenziale contro-potere: né “esterno” - essendo il Senato ormai ridotto ad una larva - né “interno”, grazie alla mancata esplicita previsione dei diritti delle minoranze (né il diritto di istituire commissioni parlamentari d’inchiesta, né il diritto di ricorrere alla Corte costituzionale contro le leggi approvate dalla maggioranza [M. Manetti]).

    Il riconoscimento dei diritti delle opposizioni, nella Camera dei deputati, viene, dal “nuovo” art. 64, graziosamente demandato esclusivamente ai regolamenti parlamentari, con la conseguenza che sarà il partito avente formalmente la maggioranza parlamentare e, quindi, il Governo, a precisarne i contenuti.

    Con riferimento ai rapporti tra Stato e Regioni, la cartina di tornasole della contrazione delle autonomie territoriale è data dalla previsione della così detta “clausola di supremazia” (art. 117), con riferimento alla quale l’ex Presidente della Consulta,  Gaetano Silvestri, ha osservato nella già citata audizione dinanzi al Senato, che suscita perplessità la previsione di una tale clausola, la quale «ingloba in sé non solo la “tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” pienamente condivisibile, ma anche la reintroduzione del famigerato “interesse nazionale”, che nella prassi anteriore della riforma del 2001, si era rivelato uno strumento di azzeramento discrezionale dell’autonomia regionale da parte dello Stato (una “clausola vampiro”, secondo la felice espressione di Antonio d’Atena)». 

    Onorevoli deputati, di fronte a questo criticabilissimo quadro normativo, e a maggior ragione discutibilissimo perché pretenderebbe di avere la forza e l’autorità morale della Costituzione della Repubblica italiana, il Comitato per il NO vi chiede di tentare con decisione di modificare l’attuale testo del d.d.l. cost. n. 2613-B; in subordine, di aderire a questo Comitato, e, infine, qualora tale d.d.l. cost. venisse definitivamente approvato, di impegnarvi fin da ora a richiederne la sottoposizione a referendum popolare. Vi chiediamo di mandarci un cenno di conferma di questo impegno.

 

Prof. Alessandro Pace

COMITATO PER IL NO NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE SULLA RIFORMA RENZI-BOSCHI

 

Consiglio direttivo: Gustavo Zagrebelsky (Presidente onorario), Alessandro Pace (Presidente), Pietro Adami, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Vittorio Bardi, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Sergio Caserta, Claudio De Fiores, Riccardo De Vito, Carlo Di Marco, Giulio Ercolessi, Anna Falcone, Antonello Falomi, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Alfonso Gianni, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Paolo Maddalena, Giovanni Palombarini, Vincenzo Palumbo, Francesco Pardi, Livio Pepino, Antonio Pileggi, Marta Pirozzi, Ugo Giuseppe Rescigno, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Cesare Salvi, Mauro Sentimenti, Enrico Solito, Armando Spataro, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Mauro Volpi.

 

martedì 29 settembre 2015

Ad Ebrima Sanko, giovane migrante morto

E a tutti coloro che non possono più sognare... e vivere

 

Si chiamava Ebrima Sanko, un nome che già nei prossimi giorni sparirà dalla cronaca e cadrà nell’oblio. Lì dove verrà nominato perché per molti sarà soltanto un “profugo”, un “clandestino”, un “immigrato” se non addirittura “lu ner'” o “lu negr'”. Ignorando che Ebrima Sanko era un ragazzo come milioni nel mondo, un 19enne che sognava come tutti e tutte abbiamo fatto e facciamo a quell’età. E il suo sogno era qui, in Italia, in Europa, lontano dal suo Gambia, colonia britannica fino al 1965 e che anche negli ultimi anni ha conosciuto motivi di fortissimo “conflitto”, nono nella classifica degli Stati più poveri al mondo, tra gli Stati inseriti nella lista dei “Paesi della sete” per la drammaticità (e rischio mortalità) della mancanza d’accesso al bene primario per eccellenza, l’acqua. La vita, i sogni, le speranze di Ebrima Sanko si son spenti. Come si spengono quotidianamente tanti, troppi sogni e vite (migranti, lavoratori, disoccupati, senza casa, vittime di violenze, di mafie, del biocidio delle nostre terre e tanto altro), mortalmente soffocati da un sistema ingiusto, disumano, iniquo che tutto e tutti opprime. “Dev’esserci lo sento in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto” recita la canzone. E che oggi possa accogliere anche Ebrima Sanko e la sua umanità drammaticamente recisa a soli 19 anni. Nella settimana che portava al Natale di ormai 5 anni 21 migranti furono rinvenuti infreddoliti e sofferenti furono rinvenuti nei dintorni della stazione di Vasto-San Salvo. A loro, ad Ebrima Sanko, a tutti coloro che soffrono disumanità, ingiustizia, che disperano nel futuro che vien loro quotidianamente tolto, possa sempre correre il pensiero e il ricordo.

 

Alessio Di Florio, e-mail

 

Qualche domanda, auspicio e considerazione sul CGIE

L’Assemblea Paese convocata a Berna il 26 dettembre 2015 per l’elezione del Consiglio Generale Italiani all0’Estero

 

Il prossimo 26 settembre l’Assemblea Paese, composta dai 96 eletti dei COMITES in Svizzera e da 29 esponenti delle associazioni, è convocata per eleggere i rappresentanti della comunità italiana in Svizzera nel Consiglio Generale degli Italiani all’estero (CGIE). Lo stesso faranno le altre comunità italiane all’estero.

    Noi, come piccola formazione politica, non ci saremo, ma saranno assenti anche partiti e movimenti che, piacciano o non piacciano, hanno avuto dagli elettori italiani in Svizzera un massiccio consenso popolare alle ultime elezioni politiche. L’esclusione dei partiti è prevista dal regolamento e, come si suol dire oggi, noi ce ne faremo una ragione. Sappiamo bene tuttavia che, sia pure con diverse vesti, gli esponenti del principale partito italiano, il PD, saranno presenti in gran numero e meneranno le danze in questo consesso che molto si presta a manovre sotterranee.

    Per quanto riguarda la componente associativa della platea elettorale ci uniamo alla nota di protesta dell’INTERCOMITES in Svizzera. Piacerebbe anche a noi conoscere quali associazioni hanno avuto l’onore di essere chiamate a rappresentare la nostra comunità in Svizzera e magari essere informati pubblicamente sui criteri adottati dall’Ambasciata d’Italia per queste designazioni.  E preme anche a noi richiamare l’attenzione sul fatto che l’Albo delle associazioni e dei partiti italiani in Svizzera potrebbe risultare largamente incompleto, in quanto lo scorso anno molti (e noi per primi) hanno volutamente rifiutato di partecipare ad un censimento che prevedeva la comunicazione di dati sensibili quali elenchi di persone, indirizzi e bilanci.

    Per quanto riguarda la componente degli eletti dei COMITES che parteciperanno all’Assemblea, vogliamo esprimere l’auspicio che essi compiano le loro scelte con la consapevolezza del loro ruolo di membri di un organismo eletto direttamente dalla comunità italiana. È vero: il voto di aprile vide una partecipazione molto bassa, con un dato negativo che richiederebbe un’approfondita riflessione, ma si trattò comunque di una prova di democrazia che ha assegnato un legittimo mandato ai COMITES e ai loro membri. Fatte queste premesse ci permettiamo di sottolineare due punti su cui auspichiamo si orienti la scelta che verrà compiuta nell’Assemblea del 26 settembre:

    1. Il primo punto riguarda la priorità che a nostro giudizio va data a candidati provenienti dalle fila dei COMITES. Si tratta di un criterio minimo di coerenza rispetto alla prova democratica del voto popolare. Far rientrare dalla finestra personaggi che o non hanno superato il voto o neanche si sono sottoposti al passaggio elettorale sarebbe paradossale ed anche ingiusto.

    2. Il secondo punto attiene alla delicata questione dei conflitti di interesse presenti in diversi eletti di COMITES in Svizzera e che rischia di estendersi anche alla delegazione del CGIE. Il problema non riguarda solo la problematica dei patronati, come è stato denunciato peraltro in una recente nota dei gruppi del M5S in Europa. A nostro avviso essa va estesa a quanti operano in servizi e strutture sovvenzionate dallo Stato. Per questo riterremmo un grave errore proporre o eleggere candidati portatori di posizioni incompatibili con un limpido e disinteressato esercizio del ruolo di rappresentanza.

    Il nostro auspicio è che si elegga una delegazione al CGIE fatta di personalità nuove, non solo sul piano anagrafico: figure capaci di interpretare anche le domande della nuova emigrazione italiana e capaci di riconsiderare gli interventi per gli italiani all’estero al di fuori di ogni interesse clientelare e corporativo. Nello stesso tempo vorremmo che il nuovo CGIE, interpretando il suo ruolo anche come rappresentanza storica dell’emigrazione italiana, dica finalmente parole forti contro il razzismo e per i diritti dei migranti.

    Infine una sollecitazione politica che rivolgiamo innanzitutto ai parlamentari di SEL, ma che non può non interessare tutte le forze politiche ed associative impegnate sul terreno degli italiani all’estero. Proprio alla luce delle carenze e delle incongruenze che si sono riscontrate in occasione nel voto dei COMITES e che si stanno manifestando anche in vista dell’elezione del CGIE, è urgente rivedere l’impianto legislativo degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, la cui normativa, precedente peraltro all’introduzione del voto nella circoscrizione estero, appare ormai inadeguata a rappresentare la complessità delle nostre comunità nel mondo. Il nostro impegno quindi è che, concluso questo passaggio, si metta mano davvero ad una riforma che consenta un effettivo rinnovamento di COMITES e CGIE.

 

Cesidio Celidonio, Olten

Coordinatore di Sinistra Ecologia Libertà in Svizzera

 

lunedì 7 settembre 2015

ALCUNE STRALCI DA LETTERE DI BUON COMPLEANNO AL COOPI

Auguri - Auguri al Coopi! Buon compleanno e buon lavoro!
A.G., e-mail

<> 

Un abbraccio - Che bella festa d'anniversario! Vi penserò. Un abbraccio.
E.S.
, Pavia

<> 

Mi felicito per la vostra iniziativa - Mi felicito per la vostra iniziativa, che mi sembra molto interessante, tesa com'è a richiamare le origini del Coopi zurighese.
A.L., e-mail

<> 

A tutti gli amici del Coopi… A tutti gli amici del Coopi auguro un buon esito della manifestazione che, ne sono certo, avrà un ottimo impatto…
G.M., e-mail

<> 

Un augurio zimmerwaldiano - Zimmerwald potrebbe essere una occasione non semplicemente per rievocare il passato ma per interrogarci sul futuro dell'idea di socialismo…
V.A., Roma

 

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

 

ALCUNE STRALCI DA LETTERE DI BUON COMPLEANNO AL COOPI

Auguri - Auguri al Coopi! Buon compleanno e buon lavoro!
A.G., e-mail

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Un abbraccio - Che bella festa d'anniversario! Vi penserò. Un abbraccio.
E.S.
, Pavia

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Mi felicito per la vostra iniziativa - Mi felicito per la vostra iniziativa, che mi sembra molto interessante, tesa com'è a richiamare le origini del Coopi zurighese.
A.L., e-mail

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A tutti gli amici del Coopi… A tutti gli amici del Coopi auguro un buon esito della manifestazione che, ne sono certo, avrà un ottimo impatto…
G.M., e-mail

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Un augurio zimmerwaldiano - Zimmerwald potrebbe essere una occasione non semplicemente per rievocare il passato ma per interrogarci sul futuro dell'idea di socialismo…
V.A., Roma

 

 

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

Casella postale 8965 - CH 8036 Zurigo

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigrazione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mondiale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei migranti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, siamo impegnati a dare il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appartiene a tutti.

 

giovedì 9 luglio 2015

Ora che la parola Socialismo non è più considerata un insulto…

LETTERA da Torino

 

Queste due ultime tornate elettorali, le regionali prima e i ballottaggi nei comuni poi, hanno segnato probabilmente la fine della cosiddetta seconda Repubblica, tutti i partiti che hanno rappresentato quel coacervo privo di valori e di ideali, qual è stato il mondo politico nel ventennio passato, stanno esaurendo la loro funzione di armi di distrazione di massa.

    Quelle confederazioni di interessi particolari, distratti dalla loro funzione primaria, il Potere fine a se stesso, non hanno saputo interpretare quanto si stava muovendo nella società italiana, sempre più divisa, frammentata ed impaurita, ed hanno lasciato campo libero a nuove forme di aggregazione politica che ormai dei vecchi partiti hanno molto poco.

    In particolare fa specie l'arretramento progressivo del PD, che Renzi ha tentato di trasformare in qualcosa di "nuovo" (il Partito della Nazione), ma che è stato penalizzato da una scelta, la rottamazione, che ha "pensionato" il vecchio ceto politico ex PCI, il quale, in qualche modo, garantiva la prosecuzione sotto altro nome di quelle pratiche consociative che assicuravano benefici per il proprio braccio economico (la Lega Coop) ed al PD un radicamento ancora robusto nei territori.

    Il fallimento dell'immagine del Partito delle "mani pulite", dopo i casi di Sesto S. Giovanni, Venezia, Roma ecc. ha provveduto a dare un ulteriore scossone, non è casuale se i voti del PD ai ballottaggi, dopo la seconda ondata di arresti a Roma, sono calati non solo in termini percentuali ma anche in termini assoluti.

    Dopo i ballottaggi di domenica scorsa nulla è più uguale a prima, e nessuno, neppure i leaders locali possono sentirsi al sicuro, si sta verificando una lenta ma costante scissione dell'elettorato dal PD.

    Il lento arretramento del PD verso quote pre-Renziane ed il probabile tentativo di Renzi di dare un'accelerata al progetto del PdN, aprirà inevitabilmente la questione di una sinistra che è passata, per parafrasare Calvino, da barone rampante a visconte dimezzato per giungere infine ad essere cavaliere inesistente.

    L'ipotesi vendoliana di un comunismo-libertario è rimasta attaccata al destino del suo leader, la sinistra PD sconta i limiti di un ceto politico che si è formato alla scuola delle Frattocchie ma che ormai ha esaurito la sua "spinta propulsiva" ed ha anche subito una profonda "mutazione genetica". Del PSI si sono ormai perse le tracce, sopravvivono e lottano come dei giapponesi dei bravi militanti, ma ormai un simbolo che fu nobile è stato ridotto, da un gruppo dirigente inadeguato, ad un marchio commerciale senza più alcuna autonomia.

    L'azione politica di Renzi ha generato una domanda di rinnovamento a cui non ha saputo dare risposte, sta ballonzolando tra dirigismo centralistico e liberalismo à la carte, senza mai saper scegliere e soprattutto senza mai spiegare esplicitamente gli obiettivi di fondo che governavano i suoi atti, ed in politica la mancanza di chiarezza non è mai utile, per un cittadino normale è preferibile un demagogo, qual i sono Grillo e Salvini, ad un democratico confusionario.

    Questo suo modo di agire ha però profondamente scompaginato il mondo politico, è vero che non è (ancora) riuscito a stabilizzare il suo Partito della Nazione, ma ha saputo, sia pure per motivi diversi, mettere in crisi una nomenclatura che si replicava uguale a se stessa da un ventennio. Il Renzismo ha ucciso il padre ma non ha saputo costruire una nuova idea di Partito in grado di sostituire il vecchio catto-comunismo, sia per mancanza di Valori condivisi che per incapacità a dirigere il Partito stesso. La sua fretta di andare ad occupare "la stanza dei bottoni" a Palazzo Chigi gli ha impedito da un lato di consolidare il neo Partito Renziano e di converso ha scoperto che non sempre (come già vide Nenni) i bottoni sono funzionanti.

    Esiste in Italia uno spazio politico in cui posizionare un movimento politico socialista? Ma soprattutto esiste un interesse da parte dei cittadini verso un movimento alternativo all'individualismo che è stato la base del liberismo?

    Lo spazio agibile per noi socialisti esiste, la scomparsa di tutte le formazioni politiche che in questi anni si sono qualificate come "sinistra" apre un territorio ampio in cui un movimento socialista può dislocarsi, dobbiamo però avere la consapevolezza che l'ipotesi di rifondare il Partito Socialista Italiano non ha più prospettive. La subalternità del PSI al PD lo ha progressivamente oscurato e oggi gli consente al massimo di fare qualche azione locale utilizzando le scadenze elettorali. Un Partito che vive di momenti casuali, legati alla presenza di qualche leader e che agisce a macchia di leopardo non ha futuro, non sarà mai in grado di creare una massa politica in grado di riportare in auge un'ideale.

    Questi ultimi due anni hanno però intaccato in profondità anche l'azione di tutti quei piccoli movimenti di area socialista che dal 2008 in poi si erano venuti a creare. Da tempo ormai la loro azione si limita a pochi momenti identitari, che non producono più azione politica. Si sta assistendo di converso a tentativi,  privi però di prospettive, di costruzione di un blocco unitario di opposizione all'interno del PSI, sono azioni che magari creano una illusione momentanea destinata però a non avere futuro.

    La minoranza in un Partito che non c'è è una minoranza impotente.

    Anche in questo ambito si assiste all'esaurimento della "spinta propulsiva" che venne da due considerazioni: la necessità di salvaguardare il meglio della cultura e della storia socialista in Italia e l'incapacità del PSI di fare da casa per tutti coloro che si definivano socialisti.

    La prima azione ha avuto uno sviluppo importante, oggi dirsi socialisti non è più considerato un insulto, e, fortunatamente, da un po' di tempo questa azione viene svolta con maggiore impegno dalle Fondazioni di area (la Nenni in particolare).

    Oggi però non è più sufficiente dare ospitalità a coloro che furono socialisti, la domanda che emerge in modo ancora confuso è di una sinistra che sappia recuperare i valori migliori del socialismo democratico e riformatore. Se si vuole rilanciare l'Idea Socialista occorre orientare le antenne verso coloro che del socialismo ne hanno sentito parlare male o proprio non sanno cos'è.

    Esiste una domanda inevasa di valori e principii che hanno informato il socialismo nel secolo scorso e che, da altre parti e sotto altre forme stanno riemergendo, sono domande di eguaglianza, solidarietà e libertà che sono sempre state proprie del mondo socialista.

    Perché queste domande non trovano risposte? Perché manca un Partito?

    No non perché manca un Partito ma perché non c'è un Progetto politico nazionale (e sovranazionale) che si ponga l'obiettivo di riportare l'agenda della discussione politica dal politicismo (cosa fanno Renzi e Berlusconi, ma cosa pensa Grillo e Salvini quale felpa si mette?) verso i problemi reali che quotidianamente la gente normale si trova di fronte ogni giorno.

    Mentre l'economia produttiva (it's the economy stupid) dopo anni di "crisi", utilizzata per "salvare l'economia finanziaria (come ben dice il Papa), sta imponendo un nuovo modo di guardare la realtà, la Politica partitica è ancora tutta dentro un gioco delle parti che ormai non interessa più nessuno.

    Il segnale preciso di questa dissonanza tra decisori e popolo sono i voti delle ultime settimane.

    Il centrosinistra sta rifiutandosi di guardare in faccia la realtà, si attarda a discutere sulla forma del partito migliore, il Partito delle città, quello della Nazione oppure quello della "famiglia", e, come sempre, nel momento in cui occorre analizzare con freddezza i motivi del distacco tra cittadini ed istituzioni ci si perde a discutere di stupidaggini.

    Abbiamo di fronte a noi un paio d'anni per coagulare un movimento vero che vada oltra le tristezze delle quote di Partito di cui si è detentori, che sia in grado di ridefinire cosa significhi essere socialisti oggi.

    Un primo passo è stato fatto.

    La crisi odierna dei Partiti nasce da una vittoria che ha Besostri tra i suoi fautori, il porcellum è morto ed anche l'italikum non se la passa troppo bene, ma deve essere il primo passo di una lunga marcia per riportare il socialismo italiano a rivedere la luce.

    Sempre Avanti! Care compagne e cari compagni

 

Dario

martedì 30 giugno 2015

Occasione persa - Le polemiche su Adriano Sofri

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

 

Giustizia o ingiustizia? È complicato stabilire a quale di queste due categorie appartenga la polemica esplosa su Adriano Sofri che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva invitato, in qualità di esperto, agli Stati generali dell'esecuzione penale.

Lo dico subito e a scanso di equivoci. Non è mia intenzione polemizzare con la famiglia Calabresi, con la vedova Gemma e il figlio Mario, che, come tutte le vittime hanno e avranno sempre il diritto a manifestare il proprio dolore nelle forme e con gli argomenti che riterranno più opportuni. Né è mia intenzione dibattere sulla colpevolezza o l'innocenza di Adriano Sofri, sulle quali si è già espressa la magistratura con una sentenza di condanna definitiva. Il punto non è se Adriano Sofri sia colpevole o meno ma se possa o no dare il proprio contributo ad un'iniziativa governativa che dovrebbe indagare sull'universo carcerario, sulle sofferenze e sul malessere che ad esso sono immanenti. È lecito che agli Stati generali dell'esecuzione penale si racconti il dolore intimo di chi deve pagare i propri errori attraverso il carcere? È lecito che nella discussione sulle carceri italiane, più volte oggetto di ammonimenti e condanne da parte della giustizia europea a causa della loro disumanità latente, si possano rappresentare anche gli stati d'animo di chi vive privato della libertà e che, seppur colpevole, è, e resta, sempre una persona?

    La scelta del ministro Orlando di chiedere un contributo a Sofri rispetto all'assise del mondo carcerario rispondeva in modo implicito e intelligente a queste domande, cercando al tempo stesso di trasmettere un messaggio di positività per chi il mondo lo guarda dall'altro lato delle sbarre, da dove, spesso, l'orizzonte della riabilitazione assume le forme sbiadite del miraggio e i tempi irraggiungibili del mai. Una percentuale, resa nota dal centro studi Ristretti Orizzonti, aiuta a comprendere di cosa si parla: "nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere". Questo dato descrive in maniera precisa come la prima vittima della detenzione nelle carceri italiane sia la speranza che con grande facilità cede il passo alla cupa disperazione e, spesso, al suicidio.

    Gli Stati generali dell'esecuzione penale, senza la capacità di tradurre numeri e percentuali, in esperienze e sensazioni, sarebbero un esercizio per addetti ai lavori, un convegno ricco di report ma incapace di indagare il fenomeno carcerario nella sua complessità: complessità che è impossibile comprendere se non si analizza anche la prospettiva di chi sta "dentro". Adriano Sofri avrebbe potuto, attraverso la sua esperienza, sintetizzare con precisione proprio quegli stati d'animo che prova chi, mentre sconta la propria pena, rischia di smarrire, per fattori psicologici o materiali, la propria umanità.
Chi ha stima di Adriano Sofri (e io sono tra quelli) non pensa affatto agli anni settanta e al retaggio di un periodo storico in cui violenza e politica si sono ibridati pericolosamente ma alla profondità di Altri Hotel o al racconto della tragedia di Sarajevo, vergogna che galleggia tra l'incoscienza e la rimozione nella storia di quell'Europa che allora come oggi, paralizzata dal bug di un burocratico immobilismo, è incapace di intervenire per fermare le tragedie che le divampano sotto il naso.

    La polemica su Adriano Sofri esplicita una visione preoccupante degli istituti di pena, quella di chi li considera una discarica di umanità irrecuperabile che non potrà mai più dare un contributo alla società, nonostante l'espiazione della pena. Una visione da cui, purtroppo, non si è discostato nemmeno il Sappe, Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria che, per primo, ha innescato la polemica. Sarebbe stato nel loro interesse avere un punto di vista da parte di chi ha dovuto vivere una parte della propria vita dall'altro lato delle sbarre: al confronto hanno preferito la strada della semplificazione assegnando implicite etichette di moralità. Semplificazione per semplificazione sarebbe facile dire che il Sappe ha scelto di ridurre la propria categoria al ruolo di "secondini".

    Sui politici che hanno alimentato la polemica montando un vero e proprio caso è inutile soffermarsi: sono il prodotto del nostro tempo, il risultato dell'ignoranza di lotta e di governo che ormai ha sostituito l'analisi e lo studio dei fenomeni e, spesso, anche il buon senso. D'altronde come si può dare peso alle patenti di "dignità" rilasciate da chi non è stato capace di condannare con la dovuta fermezza le torture avvenute al G8 di Genova e che, anzi, senza scomporsi di un millimetro è riuscito addirittura a giustificare le azioni di chi si è spinto fino a violentare la Costituzione?

 

giovedì 4 giugno 2015

Se va bene, se va male

Se la domanda è come ne usciamo
 
Male ne usciamo. O meglio: ne usciamo male, se va bene; se va male non ne usciamo proprio per i prossimi vent'anni. 
    Guardate che di stagnazione secolare se ne scrive da anni sull'Economist e su FT. L'Italia che già non cresceva prima ora è pienamente nel trend… 
 
V. Ayroldi, Roma

Una domanda

In attesa di una sinistra che ancora non c'è, 
ha senso aiutare la destra a vincere?
 
Senza i brogli, Cofferati avrebbe vinto le primarie, e il Pd probabilmente avrebbe ancora la maggioranza della Regione Liguria. Ma credo che senza la lista Pastorino, pur di non votare a destra, un certo numero di elettori avrebbe votato la Paita. In attesa di una sinistra che ancora non c'è, ha senso aiutare la destra a vincere? Non ho risposte da dare. E' solo una domanda.
 
A. F., Milano