giovedì 18 aprile 2019

La Cina si avvicina... su un'auto elettrica

 In Canavese ci si ricorda molto bene cosa è successo quando dalla macchina da scrivere meccanica si è passati a quella elettrica, con un’infinità di pezzi in meno e la perdita di un’eccellenza artigiana nella finitura dei pezzi metallici. La stessa cosa, ma molto più ampliata e estesa a tutto il mondo, sta per succedere nella produzione delle auto. Ed è molto probabile che la leadership produttiva verrà presa dalla Cina, che non ha grandi fabbriche di auto meccaniche da smantellare e ha ingegneri a profusione per ogni settore di sviluppo.

    Sembra che la produzione delle batterie darà grossi problemi di inquinamento, ma non a caso la Cina ha creato da anni un ottimo rapporto con molti paesi africani, dove si trovano anche alcuni materiali rari utili per questa produzione, ma soprattutto dove la sensibilità all’inquinamento a lungo termine è inesistente a fronte di un inizio di occupazione tecnica. E molti paesi africani hanno un problema occupazionale provocato dagli investimenti, per l’appunto cinesi, nelle tecniche agricole produttive, precedute dalla costruzione di dighe che stanno cambiando la distribuzione delle acque, per esempio la portata del Nilo in Egitto quando saranno finite dai cinesi le dighe in Sudan e Etiopia.

    Insomma, la geografia del mondo sta cambiando, e di questo cambiamento la Cina è protagonista con una programmazione a lungo termine di cui non siamo al corrente. Per ora ci limitiamo a esultare per il passaggio della “via della seta”, di cui sappiamo parlare solo nella direzione Cina-Europa e molto poco del contrario.

    Insomma, dobbiamo ripensare a tutta la nostra programmazione a medio- lungo termine, che finora abbiamo poco pensato, pochissimo parlato e ancor meno applicato

 

Claudio Bellavita, Torino

 

 

 


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Il 7 aprile è morto a Roma il prof. Gino Stefani

 Sono contento di aver re-incontrato Gino in questi ultimi anni, almeno una volta all'anno, gli sono grato per la sua maieutica, per il filo che non ho mai perso della sua umanità, del suo elogio continuo per la consapevolezza e della coscienza, per i suoi insegnamenti, per il suo coraggio, per le sue grandi conversioni nella vita, per la sua determinazione schietta ed essenziale, per la sua apertura alla cultura popolare come alla sperimentazione più ardita, per la sua capacità di ascoltare, perché mi ha iniziato alle pratiche dell'autogestione collettiva, alla vera partecipazione responsabile, perché amava aprire i cancelli, amava la Banda Roncati, la Scuola Popolare di Musica Ivan Illich, le pratiche di autoeducazione, perché era capace di immaginare sempre un altro mondo possibile e migliore, perché c'era quella sera a Bologna insieme a Georges Lapassade e Ivan Illich, perché si emozionava alzandosi in piedi fino alle lacrime sentendo e cantando insieme "Dove vola l'avvoltoio" e "Oltre il ponte" di Italo Calvino. Nella speranza di reincontrare presto persone interessate a riflettere insieme sull'eredità umana e intellettuale che ci ha lasciato, voglio condividere un abbraccio e un saluto a un mio raro Maestro di vita.

 

Tore Panu, Bologna

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Stefani

       

 

 


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domenica 3 marzo 2019

No, Madeleine Albright no?!

 Madeleine Albright è la ministra nordamericana che ordinò i bombardamenti su Belgrado, che favorì la pulizia etnica operata dai (neofascisti) croati in Bosnia, che assecondò le menzogne e i montaggi fotografici sul Kossovo, favorendo la pulizia etnica in quella provincia ora divenuta testa di ponte dei capitali arabi in Europa. 

    Quello che mi sembra inopportuno è affidare l'apertura - quasi un corsivo - del glorioso Avvenire dei Lavoratori ad un personaggio con un simile pedigree.
    Certo ci offre un point of view su come sia considerata dall'altra riva dell'Atlantico la tematica del fascismo montante in Europa. 
    Grazie comunque per la notizia, ed in generale per il bel notiziario, sempre interessante. 

 

Lettera firmata

 

Grazie delle considerazioni critiche, sempre utili soprattutto quando sono argomentate in modo civile. Una sola puntualizzazione. Madeleine Albright in tema di 'fascismo' ci offre un point of view sulla sponda americana dell'Atlantico: "Perché, infine, a questo punto del Ventunesimo secolo, si è tornati a parlare di fascismo? Uno dei motivi, a voler essere onesti, è Donald Trump. Se si immagina il fascismo come una vecchia ferita ormai quasi rimarginata, eleggere Trump alla Casa bianca è stato come strappare la benda e grattare via la crosta".  – La red dell'ADL

       




giovedì 7 febbraio 2019

Di Maio e la rivolta di Francia

 

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO 

 

 

“Gilet gialli non mollate! Il MoVimento 5 Stelle è

pronto a darvi il sostegno di cui avete bisogno…”

 

di Marco Morosini

 

«Gilet gialli non mollate! Il MoVimento 5 Stelle è pronto a darvi il sostegno di cui avete bisogno», ha scritto qualche giorno fa il vicepresidente del Consiglio di un Paese del G7 e della Ue, l’onorevole Luigi Di Maio, incoraggiando la rivolta contro il Governo di un altro Paese del G7 e della Ue. Si è subito unito al suo incoraggiamento anche l’altro vicepresidente del Consiglio, l’onorevole Salvini. Si tratta di una rivolta robusta: 8 morti per incidenti stradali, migliaia di feriti, devastazioni per centinaia di milioni di euro, perdita d’affari (sotto Natale) per quasi un miliardo di euro, vandalismo nell’Arco di Trionfo a Parigi (il maggior simbolo di Francia), distruzione di metà dei radar anti-eccesso di velocità in tutto quel Paese, assalto a un Ministero con un veicolo da cantiere e sfondamento del suo ingresso, incendio di una Prefettura, con gli impiegati dentro, al grido di «Finirete come maiali arrostiti!» – atti compiuti certamente da una piccola minoranza dei manifestanti e ovviamente disapprovati dai due vicepremier italiani.

    Sarebbe utile, tuttavia, che l’onorevole Di Maio chiarisca a quali, tra le persone che hanno indossato un gilet giallo (costa 3 euro), ha inviato la sua lettera. Per esempio a quei veri “gilet gialli” che starebbero per fondare un partito? Questo però sarebbe probabilmente sconfessati da altri veri “gilet gialli” come è accaduto a tutti i sedicenti rappresentanti dei veri “gilet gialli” (minacciati subito di morte da altri veri “gilet gialli”).

    O forse il vicepresidente del Consiglio si rivolge a quel 42% di “gilet gialli” che, secondo un sondaggio, votarono nel 2017 per l’estrema destra di Marine Le Pen (che, li appoggia)? O a quel 20% di “gilet gialli” che votarono per l’estrema sinistra di Jean-Luc Melenchon (che li appoggia)? O forse si rivolge a quei “gilet gialli” che hanno intasato le autostrade con cortei di Harley Davidson? Oppure a quei “gilet gialli” pro-benzina che hanno partecipato lo stesso a Parigi il 7 dicembre alla manifestazione contro i combustibili fossili e per proteggere il clima, invitati da alcuni esponenti dell’ecologismo francese? Il loro slogan: «Gilet gialli, gilet verdi, stessi colpevoli, stessa collera».

    Se i due Vicepremier volessero abbracciare davvero la causa comune dei “gilet gialli”, potrebbero, per esempio, introdurre subito in Italia insieme al Reddito di cittadinanza, una tassa patrimoniale, soddisfacendo così la rivendicazione più popolare di quasi tutti i “gilet gialli”: la reintroduzione della Impôt sur la fortune (Isf ). Solo un anno fa l’onorevole di Maio aveva scritto una lettera piena di apprezzamenti al presidente francese: «Quando ci conoscerà meglio, presidente Macron, capirà che abbiamo, certamente, punti importanti di divergenza, ma scoprirà anche temi e posizioni del MoVimento 5 Stelle condivisibili e su cui poter confrontarsi».

    Alcuni scrivono ora che la rivolta dei “gilet gialli” e dei due vicepremier italiani contro il presidente francese è scoppiata perché Macron «ha tradito le promesse». Ma è così? Macron promise di scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e di alzarne il prezzo. Fatto. (Grillo scrive: «L’unica cosa giusta che ha fatto»). Promise di mettere un limite di 80 km/h sulle strade extraurbane (per motivi ecologici e di sicurezza). Fatto. Certo il presidente d’Oltralpe ha mantenuto o non mantenuto anche molte altre promesse. La rivolta però non è esplosa su tutto il suo programma elettorale.

    È esplosa all’inizio su un unico tema: “l’automobilismo del popolo”. Ossia il diritto a avere prezzi bloccati per i carburanti fossili, l’abolizione del nuovo limite di velocità di 80 km/h, la distruzione di metà dei radar anti-eccesso di velocità in tutta la Francia (mettendo in pericolo l’incolumità di milioni di persone). La cosa più significativa, però, è che la rivolta si è data come simbolo e nome il “gilet giallo”, ossia l’unica possibile uniforme comune di tutti gli automobilisti e motociclisti. Un “gilet giallo” che unifica alcuni (300mila manifestanti il 17 novembre, dimezzati ogni sabato fino a 50mila il 5 gennaio) ma esclude altri, per esempio quei 12 milioni di francesi che non hanno una macchina.

 

 

Solo in un secondo tempo chi ha indossato un “gilet giallo” (con o senza macchina) ha aggiunto una lunga lista di quelle rivendicazioni personali che avrebbe sempre voluto formulare a qualunque governo. Tra tutte queste, tuttavia, la più condivisa è stata quella di redistribuire potere e ricchezza dai ricchi ai meno ricchi e semi-poveri. La voce della rivolta però non parla affatto dei 9 milioni di poveri, la maggioranza dei quali senza macchina.

    Se è questa la cosa più desiderata dai “gilet gialli”, però, essi possono votare o militare o farsi eleggere per partiti che tradizionalmente reclamano una redistribuzione delle ricchezze. In Francia ci sono una decina di partiti di sinistra, dai più compromissori ai più radicali. Forse il vicepresidente del Consiglio italiano Di Maio vorrà chiarire quali “gilet gialli” egli appoggia?

    Per ora l’unica frase chiara del capo della componente 'gialla' del governo detto 'giallo-verde' è quella che incoraggia chi si è rivoltato «colorando di giallo le strade di Francia».

       

 

 

 


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