lunedì 15 novembre 2010

E IL PRESIDENTE CONSOB ?

"Ma il Governo, prima di dimettersi con grande sollievo per il Paese, non intende fare un'ultima cosa utile, che resterebbe peraltro tra le poche, ovvero procedere alla nomina del presidente della Consob?"

Lo chiede il senatore del Pd Stefano Ceccanti nella sua odierna interrogazione sulla mancata nomina del presidente della Consob da parte del governo, ricordando che "la carica del Presidente è vacante da più di quattro mesi e che "tale nomina deve essere effettuata con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio stesso".

Dalla data di scadenza del mandato del Presidente fino al Consiglio dei Ministri di venerdì scorso "non si è presa alcuna decisione", - sottolinea Ceccanti - "facendo così trascorrere invano 4 mesi e 14 Consigli".

martedì 2 novembre 2010

VADANO TUTTI !

Sacconi (Ministro del Lavoro? Sembra incredibile, nel posto che fu di Giacomo Brodolini, il sindacalista della Cgil che portò all'approvazione lo Statuto dei Lavoratori) cercava il morto alla manifestazione della Fiom . . .

Maroni (omen nomen) cerca il morto a Terzigno, disinformato sul fatto che, a forza di tumori da inquinamento, di morti ce n'è già stato più d'uno.

La Russa, esaltato dall'esperienza di uccisione di civili inermi da parte delle truppe italiane in Medio Oriente (certificato da ultimo da Wikileaks), si offre di mandare le truppe in Campania, smanioso di arrotare con i cingoli dei carri armati gli abitanti delle colonie nostrane, dopo quelli d'Oltremare.

Marchionne dichiara che preferisce lavorare dove le paghe sono vicine allo zero, ed i contributi pubblici sono superiori. Tanto l'Italia non ha dato nulla alla Fiat... a parte due guerre mondiali per produrre autoveicoli ed armi, la costruzione del sistema autostradale più fitto del mondo (a spese di una rete ferroviaria fatta cadere a pezzi), il trasloco forzoso di qualche milione di meridionali al nord per essere assoggettati alla catena di montaggio, aiuti di stato di ogni tipo ed ammortizzatori sociali a gogò. Ma sembra che, purtroppo, i suoi operai non vogliano costruttivamente dargli anche il c . . .

Veltroni, dopo aver distrutto scientificamente la sinistra italiana ai tempi non lontani del Veltrusconismo, insieme ad alcuni altri "democratici" vuole introdurre il permesso di soggiorno a punti per gli immigrati. Diritti a geometria variabile, come ai tempi di Mussolini, quando a Salvemini ed altri antifascisti fu sottratta anche la cittadinanza ed i beni personali (ad altri migliaia, en passant, fu sottratta anche la vita, ma transeat!). Insieme a Veltroni alcuni confusi, a dimostrazione che le battaglie "parziali" portano spesso al rincoglionimento settorialistico: come Touadi (Marcolm X e le Pantere Nere l'avrebbero chiamato sprezzantemente "negro da cortile") e Paola Concia. Quest'ultima riduce tutto alla necessità di rispettare le regole e di imparare l'italiano, ignara che in Nord Europa ti offrono non solo quello, ma anche case confortevoli, formazione professionale e lavoro, istruzione superiore ed un ricco Welfare State. A proposito: fra i firmatari c'è anche il gradese Maran: sbarcato sulla terraferma dalla sua isoletta, è diventato esperto di tutto. A frequentare certi salotti, si ha la presunzione di essere diventati intelligenti.


Lettera firmata, Pordenone

Ue, è ora di investire

Economia
a cura di ItaliaOggi

Puntare su infrastrutture e innovazione.
La linea del rigore non è sufficiente.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista

La linea di rigore della commissione europea guidata da Josè Manuel Barroso di multare i paesi dell'Ue che non rispettano i parametri del Patto di stabilità è necessaria ma insufficiente. Sarebbe utile se servisse a spingere i governi a una gestione più attenta delle risorse, senza abusare dello strumento del debito.

    Comunque, tale rigore rischia di rimanere una forte affermazione astratta se non si entra nei meccanismi veri dell'economia.

    La commissione dovrebbe prima di tutto modificare il suo approccio sulle spese per gli investimenti nelle infrastrutture rispetto a quelle correnti. Entrambe generano debito, se finanziate ricorrendo al credito. I debiti fatti per finanziare modernizzazioni tecnologiche e infrastrutture però produrranno nel tempo maggiore ricchezza collettiva. Dovrebbero quindi essere trattati come investimenti e non solo come costi. Occorre distinguere le varie categorie di debito pubblico prima di indicare regole e sanzioni. Non può valere il principio per cui «di notte tutte le vacche sembrano grigie».

    Anche perché i governi occidentali stanno ancora dibattendo sulla exit strategy dalla crisi e su come abbattere i livelli di debito pubblico pericolosamente cresciuti anche per finanziare i salvataggi delle banche. I paesi avanzati del G20 nel 2009 hanno in media aumentato il debito pubblico al 102% del Pil e raggiungeranno il 122% nel 2014. Per diminuire il debito, molti vorrebbero giocare con l'«inflazione controllata». Intanto tutti sono impegnati in tagli di bilancio che prolungherebbero la recessione e accentuerebbero le esplosioni sociali.

    Alcuni saggiamente propongono l'alternativa di accelerare la crescita attraverso investimenti a lungo termine in nuove tecnologie, infrastrutture, energia e ricerca che dovrebbero essere sostenuti dagli stati e da nuovi strumenti finanziari pubblici-privati con la raccolta dei risparmi e con le risorse finanziarie anche di banche e grandi fondi privati.

    Secondo noi, una delle ragioni di fondo della crisi è lo short-termism, cioè quella idea del mercato che punta sul «tutto e subito»! Negli anni passati ciò ha caratterizzato l'intero sistema con ricadute negative sui meccanismi della produzione e della finanza. Ha prima di tutto sottoposto le imprese al modello del cosiddetto shareholders' capitalism, alla massimizzazione immediata del valore delle azioni. Ciò ha prodotto lo scandalo dei bonus miliardari per i manager più spregiudicati.

    Lo short-termism era anche sollecitato dalla crescente liquidità a basso costo che ha invaso i mercati e ha esacerbato l'attività finanziaria speculativa a breve. La deregulation globale ha poi abbattuto gli argini che separavano le banche dalle imprese finanziarie, trasformando il rischio bancario in puro oggetto di affari per i mercati di capitale. Da ciò è scaturita l'eccezionale crescita del mercato dei credit default swap e degli altri derivati finanziari.

    Purtroppo anche le ultime riforme proposte dimostrano scarsa attenzione al ruolo degli investitori di lungo termine e ai loro progetti perché troppo rivolte ai vecchi comportamenti del mondo bancario e finanziario. Cercano di correggerne le manifestazioni più rischiose, ma di fatto sanciscono la superiorità della finanza sull'economia!

    Ciò ha portato Cassa depositi e prestiti, Caisse des depots, Kreditanstalt für wiederaufbau e Bei, istituzioni finanziarie che promuovono investimenti a lungo termine, a presentare a Bruxelles proposte per adattare le nuove regole alle esigenze degli investimenti a lungo termine. Esse sostengono che Basilea 3, per fabbisogni di liquidità e di capitale e standard contabili, è più punitiva nei confronti degli investitori di lungo termine rispetto alle banche che operano sul breve periodo.

    Senza iattanza riteniamo che prevalga il dominio del vecchio e fallimentare pensiero economico, nonostante Mario Monti suggerisca di «sviluppare un sistema legale europeo ad hoc per incoraggiare l'impegno degli investitori di lungo termine negli investimenti in infrastrutture». È la strada da imboccare con urgenza.       

martedì 26 ottobre 2010

Adesso arrivano le banche zombie?

Alcune banche sono diventate molto dipendenti dalle emissioni di liquidità della Banca Centrale Europea . . .


di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista


La recente dichiarazione del governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, sul rischio rappresentato anche in Europa da certe «banche zombie» è veramente inquietante. Non tanto per il colore delle parole usate quanto per la pesante verità che esse nascondono.

Draghi ha detto che «alcune banche sono diventate molto dipendenti dalle emissioni di liquidità della Banca Centrale Europea, sono diventate addicted rispetto ai fondi ottenuti». Esse hanno preso a prestito a zero tasso di interesse la liquidità che la Bce da due anni sta fornendo a piene mani. Si tratta di una replica minore del «quantitative easing», cioè dell'espansione della base monetaria attivata dalla Federal Reserve americana.

I soldi ottenuti in prestito dalle banche sono stati utilizzati dalle stesse per operazioni ad alto rischio, con l'intento di un'immediata redditività finanziaria. Come abbiamo più volte sottolineato, certi settori più aggressivi del mondo bancario hanno sfruttato l'emergenza finanziaria per accaparrarsi fondi da «giocare» sui tavoli della speculazione. Proprio come prima della crisi.

Queste banche hanno abusato del moral hazard, sottovalutando i rischi e confidando sempre negli stati come creditori di ultima istanza. Cosa succederebbe se i tassi di interesse dovessero salire per contenere i rischi inflazionistici di una liquidità smisurata? Avremmo una nuova reazione a catena di collassi bancari innestata su un sistema fortemente indebolito da due anni di recessione e già enormemente indebitato.

Draghi dovrebbe dirci se simili zombie bancari esistono anche in Italia.

Di certo alcune banche irlandesi entrano a pieno titolo in questa categoria. L'anno scorso una parte dei loro titoli tossici, circa 80 miliardi di euro, furono trasferiti nella National Assets Management Agency (Nama), una sorta di bad bank messa in piedi dal governo di Dublino. Adesso si prospettano altri aiuti per circa 50 miliardi di euro per tamponare le nuove falle della Anglo Irish Bank e della Allied Irish Bank. L'Irlanda rappresenta un rischio concreto per l'Europa e per le banche internazionali, soprattutto europee, che sono esposte per 844 miliardi di dollari immessi nell'economia irlandese. Questo piccolo stato, con una popolazione pari a quella del Lazio, con un Pil in caduta libera e con un deficit di bilancio del 32% previsto nel 2010, è diventato una piccola «bomba atomica finanziaria». I primi a soffrire sono gli stessi irlandesi ma i rischi sono per l'intera Europa.

Si consideri inoltre che la Fed e la Bce sono in continua fibrillazione per la crescente bolla del debito pubblico degli stati. Entrambe hanno deciso di acquistare i rispettivi titoli di stato per evitare rischi di insolvenza, ma anche per cercare di contenere i tassi di interesse sui titoli stessi ed evitare buchi di bilancio più grandi. Dal programma di salvataggio della Grecia di maggio, la Bce ha acquistato circa 65 miliardi di euro di obbligazioni emesse dai singoli stati europei. Tanti, ma pochi rispetto agli acquisti di Treasury bond fatti dalla Fed.

Queste politiche hanno fallito il loro scopo di riportare l'economia globale fuori dalla crisi. Anche Obama ha riconosciuto che lo squilibrio del bilancio americano è insostenibile. Adesso si appresterebbe ad apportare tagli di bilancio che faranno sentire gli effetti negativi sulla produzione e sull'occupazione, mentre però la liquidità continua a rifluire verso i settori finanziari. È un mix esplosivo.

Perfino il Fondo Monetario Internazionale recentemente ha evidenziato il danno che l'eccessiva forbice di «bassi tassi di interesse e tagli di bilancio» produrrebbe nel breve periodo al sistema economico. E' anche da prendere come un serio avviso la recente ipotesi di studio sul rischio di «iper inflazione» fatta dall'International Accounting Standards Board (IASB), l'ente responsabile dei principi contabili internazionali.

Nonostante il tanto parlare di grandi riforme, il sistema finanziario continua ad operare come prima. Basti un dato. L'ultimo bollettino dell'Office of the Comptroller of the Currency ( Occ) americano sull'andamento dei derivati finanziari Otc conferma che a giugno, alla fine del secondo trimestre 2010, essi sono aumentati di 9 trilioni di dollari, pari al 3 % rispetto al trimestre precedente. Se l'economia americana va alla deriva con un deficit di bilancio di 1.500 miliardi di dollari, come è possibile che si tolleri un'ulteriore crescita della speculazione? Si avrà la forza di deliberare un'effettiva exit strategy a Seul il prossimo novembre?

mercoledì 20 ottobre 2010

Basilea III - Molto rumore per poco . . .

Da GRANELLO DI SABBIA
riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Angelo Baglioni

Banche e industriali sono per una volta d'accordo: Basilea III avrà un impatto restrittivo sull'economia, con il rischio di fermare sul nascere la ripresa. In realtà, l'effetto restrittivo sarà di breve periodo e limitato. Anche perché è previsto un lungo periodo di transizione. Semmai, l'accordo raggiunto domenica tra i governatori delle banche centrali è fin troppo prudente, permettendo così che elevati rischi di instabilità continuino a essere presenti ancora per molti anni nel sistema finanziario mondiale.

    L’accordo di domenica tra i governatori delle banche centrali ha suscitato molte reazioni, spesso in contrasto tra di loro. Da un lato, gli ambienti bancari e industriali si trovano, per una volta, alleati nel sostenere che Basilea III avrà un impatto restrittivo sull’economia, poiché provocherà una stretta creditizia che a sua volta “strozzerà” la ripresa sul nascere. In realtà, l’impatto restrittivo di breve periodo, legato alla fase di transizione, sarà limitato, soprattutto se confrontato con i benefici di lungo periodo. Dall’altro lato, le autorità presentano l’accordo come adatto a garantire la stabilità finanziaria. A ben vedere, l’accordo si muove nella giusta direzione, ma è ancora troppo poco, consentendo che elevati rischi di instabilità continuino a essere  presenti ancora per molti anni nel sistema finanziario mondiale.

 COS'È BASILEA III - Basilea III prevede un aumento del rapporto tra il capitale di una banca e le sue attività ponderate per il rischio: queste sono i prestiti e i titoli che la banca detiene, ciascuno moltiplicato per un “peso” tanto più alto quanto maggiore è la sua rischiosità. Il capitale è una garanzia di stabilità, perché assorbe le eventuali perdite di valore dell’attivo (dovute ad esempio al fatto che un debitore non restituisce i soldi che la banca gli ha prestato); quanto maggiore è il capitale, tanto minore è la probabilità che una banca fallisca. La misura più importante approvata domenica richiede che il capitale ordinario (azioni emesse e utili accantonati) debba essere pari ad almeno il 7 per cento dell’attivo ponderato, rispetto all’attuale 2 per cento. Se una banca non rispetterà questa soglia minima, subirà restrizioni nella distribuzione di dividendi agli azionisti e di bonus ai manager. L'inasprimento del requisito di capitale ordinario è significativo. Tuttavia, è diluito in un lungo periodo di transizione: il nuovo vincolo sarà a regime solo nel 2019.

    Lo stesso Comitato di Basilea ha quantificato l’impatto di un inasprimento del requisito patrimoniale. Secondo le sue stime, un aumento di un punto percentuale del livello minimo di capitale, introdotto nell’arco di quattro anni, porterebbe a una minore crescita del Pil pari allo 0,2 per cento e a un incremento del costo del credito bancario di 15 centesimi di punto. Questi effetti si produrrebbero alla fine del periodo di transizione e sarebbero temporanei, essendo dovuti alla fase di aggiustamento del sistema bancario alle nuove regole; sono quindi destinati a svanire successivamente. L’accordo di domenica prevede sì un aumento del livello minimo di capitale ordinario di cinque punti, ma concede alle banche un periodo di otto anni per adeguarsi. Ciò significa che avranno il tempo per rispondere alla nuova regolamentazione incrementando gradualmente la propria base azionaria e accantonando utili, piuttosto che riducendo il credito disponibile all’economia. In ogni caso, la più pessimistica previsione attribuirebbe all’inasprimento del requisito patrimoniale la capacità di portare a una temporanea minore crescita del Pil di un punto percentuale (0,2% * 5) fra otto anni.

TROPPA TIMIDEZZA - L’impatto restrittivo di Basilea III è quindi molto dilazionato nel tempo e non dovrebbe interferire con le prospettive di ripresa attuali (se sono deboli nel nostro paese, è per altri motivi). Ma soprattutto, il costo transitorio va confrontato con i benefici di lungo periodo.

    La crisi recente ci ha insegnato che i costi dell’instabilità finanziaria possono essere molto elevati: le reazioni a catena scatenate dalla crisi dei mutui subprime del 2007 sono costate all’Italia una contrazione del Pil di cinque punti percentuali l’anno scorso.

    L’accordo di Basilea III va nella giusta direzione: punta a ridurre la probabilità che una crisi come quella recente si ripeta in futuro. Lamentarsi dei costi da sostenere durante la fase di transizione rivela una notevole miopia.

   Piuttosto, bisogna dire che quella direzione è stata presa con troppa timidezza. Non solo per la lunghezza del periodo di transizione, che consente alle banche di procrastinare nel tempo la necessaria ricapitalizzazione, ma soprattutto perché fornisce indicazioni ancora vaghe su due problemi cruciali.

    Primo, l’esistenza di un requisito patrimoniale (Basilea I e II), definito come rapporto minimo tra capitale e attivo ponderato per il rischio, non ha impedito a molte banche di raggiungere una leva altissima, accumulando un attivo non ponderato per un valore pari a molte decine di volte rispetto al capitale. Ciò ha creato una situazione molto pericolosa, accrescendo il rischio di insolvenza e generando come reazione una rapida riduzione della leva dopo lo scoppio della crisi; proprio questo processo di de-leveraging ha contribuito a estendere l’ampiezza della recessione.1)Perciò è urgente introdurre un limite alla leva (leverage ratio). Questo è stato invece individuato solo in via preliminare, rinviandone la definizione al 2017, in previsione della sua entrata in vigore nell’anno successivo.2)

    Il secondo problema è legato al rischio di liquidità. Ancora una volta la crisi scoppiata tre anni fa è stata illuminante. Fin dal suo inizio, ha messo in evidenza la difficoltà di molte istituzioni finanziarie a reperire con la dovuta rapidità le risorse liquide necessarie per fare fronte alle passività a breve termine. Ciò ha spesso costretto gli intermediari a vendere attività poco liquide, aggravandone la caduta dei prezzi e innescando in una spirale negativa. Le banche centrali sono intervenute massicciamente per arginare questa spirale, ma con successi limitati e ritardati nel tempo. È necessario quindi limitare il rischio di liquidità a cui una banca si può esporre. Su questo fronte l’accordo di domenica si limita a dire che l’anno prossimo inizierà un periodo di osservazione, in vista dell’introduzione di un coefficiente di liquidità nel 2015, senza specificare neppure in via preliminare un criterio quantitativo: troppo poco per una questione così cruciale.


1) Il contributo della ciclicità della leva bancaria all’ampiezza delle fluttuazioni economiche è stato discusso in un precedente articolo.

2) Nei prossimi anni verrà testato un limite alla leva (definita come rapporto tra totale attivo non ponderato e Tier 1 capital) pari al 33,3 per cento.