mercoledì 17 giugno 2009

Liberismo in crisi, e dopo?

Non solo regole da rivedere, ma anche princìpi. Stelle polari: la Costituzione italiana e i trattati europei, in particolare quello di Lisbona. Ma è fondamentale il recupero del concetto di bene pubblico e di bene comune.


di Edoardo Reviglio *)


Vi sono importanti segnali che indicano la necessità di rivedere il paradigma di politica economica che ha dominato in questi ultimi vent’anni in una gran parte dei paesi del mondo. Vi è chiara la percezione che qualcosa non ha funzionato e che quindi è necessaria una revisione e una trasformazione non solo delle regole, ma forse anche dei princìpi. Come sempre avviene nell’evoluzione dei fenomeni della storia, la crisi è occasione di ripensamento. Il ripensamento, da un punto metodologico, deve essere basato su due indirizzi di fondo. Quello dell’analisi dei fatti (dell’esperienza) attraverso una seria indagine empirica dei fenomeni, e quello della ricerca teorica di nuovi modelli. Secondo questo metodo intende lavorare il gruppo di studio recentemente costituito dalla Cgil e composto di personalità provenienti da diverse discipline, inclusi gli storici, per riflettere sui diversi ambiti di intervento dello Stato nell’economia alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo e società. Obiettivo dell’iniziativa è quindi quello di tentare di disegnare un nuovo quadro di politica economica per il nostro paese e per l’Europa.

La filosofia di fondo - Riferimento obbligato e "stella polare" della filosofia di fondo del gruppo di studio è il modello di società contenuto nella Costituzione della Repubblica italiana e nei Trattati europei, in particolare quello di Lisbona. La modernità della Costituzione italiana non pare in discussione. Essa va quindi "recuperata" e vanno rivisti tutti quegli ambiti contenuti nelle leggi speciali e di settore, che sono state introdotte sull’onda "privatista" di questi ultimi due decenni, e che sono, spesso, in contrasto con il modello stesso contenuto nella nostra Costituzione. Sul successo dei Trattati europei, che dovrebbero rappresentare il futuro, non sembra esserci, invece, unanime consenso. I Trattati che hanno definito il percorso verso la nascita dell’Eurosistema, hanno messo in seria difficoltà il sistema di Stato sociale e di economia mista su cui invece si fonda la nostra Repubblica. Vi sono, invero, stretti vincoli di finanza pubblica che l’Europa, anche giustamente, ci costringe a rispettare. Questi non possono essere sottovalutati, anche se esistono, come vedremo, aldilà delle privatizzazioni, interessanti possibilità di "ampliare" le disponibilità di risorse pubbliche comuni tramite nuovi strumenti di finanza pubblica europea.

Un altro punto qualificante del nuovo programma riguarda il recupero del concetto di bene pubblico e di bene comune (commons). In quest’ambito va sottolineata la recente proposta della Commissione Rodotà per la riscrittura dei princìpi generali che sovrintendono alla natura, proprietà e gestione dei beni pubblici. La salvaguardia e lo sviluppo dei beni comuni e dei beni della proprietà pubblica, riconsiderati nella loro varietà – che va dalle attività immateriali, che includono attività finanziarie pubbliche (liquidità, crediti, e partecipazioni in imprese), altri beni immateriali, come i brevetti, i marchi, i prodotti della ricerca e dello sviluppo, lo spettro delle frequenze; alle attività fisse, come gli immobili e i terreni, le infrastrutture, le risorse naturali, i beni culturali, i beni della difesa e altro ancora – possono diventare occasione di un ripensamento profondo, anche per stimolare l’innovazione tecnologica e culturale, in direzione dei nuovi bisogni e servizi sociali. La riforma dei beni pubblici – di cui l’Italia, come noto, è straordinariamente ben dotata – può quindi diventare punto qualificante di una nuova proposta di politica economica. Riscrivere i princìpi generali sulla gestione dei beni pubblici significa rivedere, trasformare e modernizzare la costituzione materiale del paese.

Il tema della partecipazione - Altro punto centrale della nostra riflessione riguarda i problemi della partecipazione dei lavoratori alla vita e al governo delle imprese, con un recupero del concetto di impresa "comunità", sulle linee delle riflessioni, per esempio, contenute nel pensiero di Adriano Olivetti, insieme ad alcune esperienze estere, quale la co-determinazione tedesca. Tutto ciò, non solo per ottenere una migliore distribuzione economica dei profitti delle imprese tra detentori dei capitali e lavoratori, ma anche, e soprattutto, al fin di fare maturare nuove istanze cooperative e comunitarie nell’associazione di lavoratori in imprese-organismi e non più in imprese "nessi di contratti", teleologicamente costruite principalmente per massimizzare i profitti del capitale, cercando di comprimere, parallelamente, il più possibile, i costi dei fattori di produzione, gli investimenti, ma soprattutto il lavoro.

Un nuovo concetto di qualità della vita - Nella ricerca delle finalità dell’azione pubblica in una moderna società policentrica e solidale, è necessario ridefinire, e concentrarsi, su un nuovo concetto di qualità della vita. Tale concetto va inteso secondo una visione che vada aldilà del mero benessere materiale - economico - pecuniario - in modo da includere valori come, ad esempio, il diritto di libertà e integrità personale, l’aver tempo libero, i valori comuni artistici e culturali e del sapere e i beni ambientali e naturali, i "valori privati", i diritti civili e politici, gli affetti famigliari e dell’amicizia, la generosità, il volontariato e la solidarietà umana, la dignità e la stabilità del posto di lavoro, e altro ancora. Tutto ciò va realizzato attraverso politiche che siano orientate al lungo periodo e che siano, perciò, inter-generazionali. Altri ambiti decisivi dell’azione pubblica sono il funzionamento del mercato del lavoro, la correlazione concorrenza/politiche economiche e industriali, e il funzionamento equo (e di lungo periodo) dei mercati finanziari e assicurativi. In sintesi, i principali temi che su cui ci si propone quindi di riflettere sono: lo Stato e le imprese pubbliche; le privatizzazioni e una valutazione dei risultati per il sistema economico, industriale e sociale del nostro Paese; (dal punto di vista storico) i sistemi dell’economia mista nel capitalismo europeo del Novecento; il nuovo sistema finanziario italiano, gli assetti proprietari delle imprese e la protezione del risparmio; il governo democratico dell’economia e la pianificazione economica ed industriale; lo Stato regolatore e la concorrenza; il rapporto tra capitale e lavoro: le diseguaglianze accresciute e la nuova questione della redistribuzione dei redditi; la finanza pubblica e i vincoli di bilancio; la necessità di riqualificare la pubblica amministrazione; i beni pubblici, i beni comuni, il patrimonio pubblico. In questo contributo, considerati i limiti di spazio, mi limiterò a una breve considerazione storica sull’ascesa (nel secondo dopoguerra) e sul declino (negli anni ottanta) del modello europeo dell’economia mista e dello Stato sociale.

Splendore e declino dell’Età dell’Oro - Guardando indietro è legittimo domandarsi quale fosse l’interesse, e da parte di chi, di porre fine alla cosiddetta Età dell’Oro (1945-1970) e di cambiare la rotta rispetto a un modello che aveva avuto tanto successo per oltre una generazione. A livello astratto, teorico, i molti che avevano in mente le disastrose esperienze degli anni dell’iper-inflazione e il caso dell’America Latina, pensavano, in buona fede, che se non si fosse riusciti ad abbattere l’inflazione sarebbe stata la fine delle speranze di prosperità e pace sociale. Tuttavia, nel mondo avanzato, in quel storno di tempo, non c’erano segni di unatale iper-inflazione e quindi le ragioni di chi ha sostenuto il cambiamento vanno ricercate, probabilmente, tra considerazioni molto meno "nobili" e molto più "terrene". Va osservato, in questo contesto, che non tutti avevano beneficiato dell’Età dell’Oro. Vi era stata, non dimentichiamolo, una forte contrazione dei profitti, e al declino dei profitti era associata una significativa perdita di potere sul mercato del lavoro da parte dei proprietari e dei controllori del capitale.

Avvenne così, che nella seconda metà degli anni Settanta, si incominciò a pensare che, come il keynesianismo aveva unito alcuni degli ideali della sinistra, così il monetarismo sarebbe diventato facilmente l’ideologia abbracciata dalla destra. Oltre ad avere il vantaggio di "restituire" al capitale il potere sul lavoro, il monetarismo aveva alcune altre caratteristiche che lo rendevano molto desiderabile per i suoi sostenitori.

Ora, poiché, secondo i suoi insegnamenti, l’inflazione può essere tenuta sotto controllo nel modo migliore attraverso strumenti monetari, e poiché sono i governi che sono responsabili della creazione di inflazione della moneta attraverso la creazione eccessiva di debito a causa degli squilibri nei bilanci pubblici, ovvero spendendo di più di quanto raccolto con le tasse, tagliare la spesa pubblica diventò il principale ingrediente della politica monetarista. Quale migliore giustificazione per ridurre i programmi dello Stato sociale? In molti incominciarono a sostenere che fossero i generosi benefici alla disoccupazione che permettevano ai sindacati di teneri alti i salari mentre, fuori al freddo, c’era un esercito di disoccupati pronti a lavorare anche per salari molto più bassi. Il taglio dei benefici ai disoccupati, insieme ai tagli nella spesa sociale, avrebbero dato conforto ai cittadini che pagano le tasse, ridotto le pressioni inflazionistiche, e nello stesso tempo avrebbero restituito potere ai datori di lavoro sulle proprie maestranze. Un nuovo indirizzo veniva così intrapreso in quasi tutti i paesi per invertire i processi di nazionalizzazione, privatizzando i benefici sociali e le imprese pubbliche. L’impeto verso tali processi derivava dalla nozione, del tutto dottrinaria, che il privato è sempre e comunque più efficiente del pubblico. Ma non può essere nascosto il fatto che, in realtà, le privatizzazioni avrebbero aumentato le opportunità per i privati di fare profitti, e questa era forse la principale motivazione di queste nuove politiche.

È così che la storia della politica economica europea è molto cambiata negli ultimi vent’anni. Sono entrati in gioco vari fattori. Su quello intellettuale, che ha visto la teorizzazione e la realizzazione degli strumenti e delle istituzioni dello "Stato Regolatore", hanno inciso i Trattati europei. In particolare su due fronti. Primo, la disciplina della concorrenza necessaria per la "convergenza competitiva" su cui si basava il processo di unificazione contenuto nel Trattato. Parte integrante di tale disciplina è il divieto degli aiuti di Stato che rende la proprietà pubblica delle imprese molto meno efficace e necessaria. Il secondo è il Trattato di Maastricht. Per entrare nell’euro era necessaria una politica fiscale restrittiva, anche rispetto alla riduzione dei debiti pubblici. Per fare questo non vi era altra possibilità che vendere le aziende di Stato. Ciò, dal punto di vista ideologico, avrebbe richiesto due cose: abbracciare l’ideologia delle privatizzazioni e del capitalismo finanziario anglosassone e accettare come "positivo" il passaggio di molte attività pubbliche alla sfera privata, semplicemente perché non vi erano più le risorse per mantenerle direttamente in mano del pubblico a causa della necessità di ridurre la spesa pubblica per entrare in Europa. Sui risultati di questi processi è ora necessario aprire una riflessione seria, basata su dati empirici e senza pregiudizi di carattere ideologico, per capire se non sia necessario rivedere queste trasformazioni che non sembrano aver realizzato gli obbiettivi che avevano promesso.

Conclusioni - In conclusione, la costituzione economica e fiscale (Ordo) deve diventare in parte un compito di cooperazione mondiale. La solidarietà, che nasce dal principio un uomo un voto, appare invece un compito nazionale e per noi europeo. Su queste basi sarà interessante scoprire cosa emergerà da una riflessione a tutto campo che include studiosi di diversi orientamenti a appartenenti a diverse discipline. Qualcosa, tuttavia, li unisce; la consapevolezza che siamo a un momento di svolta, che il futuro non potrà essere uguale al passato, ma che la costruzione del futuro non può prescindere da una seria analisi empirica e teorica dei punti di forza e di quelli di debolezza delle esperienze del recente, e meno recente, passato.


*) Editorialista di Rassegna.it - sito Cgil d’informazione quotidiana, specializzato in lavoro, politica ed economia sociale.

mercoledì 3 giugno 2009

Legge elettorale richiede un minimo del 4%

       
       
Il mio voto al PD

Siamo a pochi giorni dal voto europeo. In Italia le forze politiche che si presentano alla sinistra del Partito Democratico, non sono riuscite a trovare un comun denominatore per presentarsi unitariamente.

    L’attuale legge elettorale richiede un minimo del 4% per accedere all’elezione dei propri candidati, appare chiaro quindi la necessitá (e non l’opzione) di unificare le forze simili tra loro. Se queste forze si ritengono molto diverse dal PD, cosa le rende diverse tra loro da dividersi in più partiti?

    Gli ex DS erano diversi dalla Margherita eppure con uno sforzo di umiltá hanno cercato e stanno cercando tutt’ora, di dare uno sbocco positivo al futuro delle forze progressiste del ns Paese.

    Dov’è lo sforzo dei partiti alla sua sinistra?.
    Il PD si propone di organizzare ma anche allargare il ruolo delle forze progressiste europee e mondiali. Tutto questo per poter incidere in quelle decisioni che stanno cambiando il mondo. Non essere all’interno di questi poteri decisionali, rende sterili tante forze politiche.

    Per arrivare a ciò è necessario l’unità delle forze progressiste.
    Il PD da parte sua, proprio a causa di questa unione con la Margherita non può in maniera automatica presentarsi nei banchi europei del PSE, ma fa uno sforzo affinchè il PSE riveda le sue regole interne e le adatti alla nuova situazione. Siamo dell’idea che molte forze cattoliche progressite possano dare il loro contributo per un mondo migliore, non vogliamo lasciare ai ns avversari politici forze che appartengono al mondo democratico.

    Siamo l’opposto dello slogan mussoliniano "molti nemici, molto onore".
    Vorrei ricordare anche la diversità tra l’allora PCI e le forze cosidette di sinistra radicale oggi. Il PCI era all’interno di un movimento mondiale che decideva le sorti del mondo. Questa dovrebbe essere la bussola oggi alla quale guardare: essere all’interno di un movimento mondiale e noi riteniamo che sia quella delle forze progressite unite.

    Questa è un mio piccolo intervento dove indico il mio voto al Partito Democratico e con questo faccio gli auguri al PD e alla nostra Sezione di Monaco di Baviera.

Gianfranco Tannino, Monaco (D) 




Il Cardinale  in Consiglio?
E perché mai?

Il Cardinal Tettamanzi in Consiglio Comunale. E perché mai? Anche se la proposta viene dai vertici del gruppo consiliare del Pd, cioè dal mio gruppo, non la condivido per niente. Certe distinzioni servono, specie in un epoca di grande confusione come la nostra.

    Il Cardinale ha la sua cattedra e da lì trasmette moniti e incoraggiamenti. Dopo sette anni di ottimi interventi, sempre ripresi ampiamente da stampa e Tv, la città sa chiaramente come la pensa il successore di Ambrogio defensor civitatis.

    I politici hanno Palazzo Marino dove trovarsi, chiarirsi le idee (operazione sempre più ostica, dato l'abbassamento del livello culturale dei consiglieri), cercare compromessi (cum-promittere, promettere insieme) e adottare soluzioni che traducano, qui e ora, i valori proclamati. Una sana laicità ha anche quest'aspetto: non tirare in ballo a sproposito i preti ma assumersi autonomamente i propri rischi.

    Maestro di distinzioni e di laicità è stato il Prof. Giuseppe Lazzati (1909 - 1986), milanese di Porta Cicca, costituente e parlamentare (1946 - 1953), magnifico Rettore dell'Università Cattolica, indimenticabile educatore della gioventù. A lui, nel centenario della nascita, sarebbe bello intitolare una via (o una piazza, o un giardino...), così come proponiamo nella mozione allegata (depositata appositamente il 18 maggio scorso, 23^ anniversario della morte).

Giovanni Colombo,
consigliere comunale di Milano (Gruppo PD)     

lunedì 25 maggio 2009

La sfida Fiat tra disoccupazione e riconversione

La Fiat ha lanciato sulla crisi dell'automobile la sua grande sfida. E’ una grande sfida anche per l’Italia. E per il governo. Ma non è forse una strada obbligata segnata dalla crisi globale più grave della storia?

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il 23 febbraio scorso il New York Times pubblicava un editoriale con un titolo molto diretto "Why can’t Cerberus foot the bill?" (Perché Cerberus non paga il conto?) in cui invitava i padroni della Crysler e della General Motors, in primis il fondo di investimento Cerberus, a mettere sul tavolo i soldi necessari a salvare le due fabbriche automobilistiche, senza elemosinare ulteriori aiuti dello stato e della collettività.
Cerberus Capital Mangement è uno dei più agguerriti e spregiudicati equity fund, specializzato nel "metodo spezzatino", cioè quello di acquisire il controllo di un’impresa, eventualmente in difficoltà, spolparla, prendere il filetto e lasciare pelle e ossa (e debiti) agli altri, in particolare allo stato. Non ha potuto portare a termine questo programma in quanto la crisi globale ha drammaticamente cambiato le carte in tavola.
In aprile 2007 Cerberus aveva preso il 51% della GMAC, la fortezza finanziaria della GM con un portafoglio crediti al consumo (auto) pari a 1.400 miliardi di dollari e un anno dopo aveva acquistato l’80% della Chrysler. Cerberus, nome appropriato che si riferisce al mostro canino a tre teste che fa da guardiano all’inferno ricordato nella "Divina Commedia", è anche un colosso internazionale immobiliare e dei mutui sub prime, delle ipoteche e dei crediti facili e quindi è stato un attore primario nella crisi finanziaria globale.
Lo scorso dicembre nel mezzo della bancarotta, il governo americano aveva dato 13 miliardi di dollari alla GM e 4,3 alla Chrysler, poi a febbraio, dopo drastici tagli nell’occupazione e nella produzione e un inevitabile aggravamento della crisi finanziaria, GM e Chrysler avevano chiesto rispettivamente altri 17 e 5,3 miliardi di dollari in aiuti. A quel punto il New York Times aveva sfidato Cerberus a venire allo scoperto.
Come si sa la dimensione dell’intreccio è complicata dal fatto che GM, che è in procinto di chiedere il Chapter 11, cioè di dichiarare bancarotta, controlla la tedesca Opel, anch’essa alla vigilia di una "amministrazione fiduciaria temporanea" da parte del governo di Berlino.
Abbiamo riportato questi fatti perché prima di procedere con il petto gonfio di un certo "orgoglio nazionale"a buon prezzo, è doveroso farsi questa domanda: quale è l’accordo finanziario vero sottostante la possibile acquisizione della Chrysler da parte della Fiat e la joint venture con la Opel? Fino ad ora si sono sentite solo garanzie verbali secondo cui l’acquisizione non costerà niente, anzi la Fiat ci guadagnerebbe in mercato e in riduzione di costi di scala. In una situazione in cui tutti chiedono aiuti e piangono perdite e miseria, sorge qualche sospetto quando si pretende che la crisi all’improvviso crei delle opportunità che farebbero bene a tutti!
I dubbi infatti sono tanti anche perché pochissimi anni fa, fino alla primavera del 2005, era la Fiat in crisi che doveva essere assorbita dal gigante GM. Certamente la crisi finanziaria globale ha evidenziato i conti truffaldini delle case americane e i buchi vertiginosi in tutte le altre, ma ha anche prodotto un crollo nelle produzioni e nei consumi, settore auto incluso. Per evitare ulteriori nuove sorprese è quindi necessario conoscere in dettaglio gli accordi finanziari di cui poco si dice.
Inoltre, è vero che, dallo sconquasso provocato dalla crisi, in verità si sapeva già da prima, nel mondo emergeranno solamente 4-5 grandi gruppi industriali dell’auto. Entriamo quindi in un inevitabile fase di "mega alleanze" dove è auspicabile una Fiat attiva più che reattiva. Ma è altrettanto vero che, anche con una stabilizzazione della crisi, il mercato automobilistico occidentale vedrà un ridimensionamento almeno del 20%. Perciò la seconda domanda che dobbiamo consapevolmente porci è: cosa succederà con gli "esuberi" di mano d’opera e di macchinari?
Il problema non è soltanto la bravura e la riuscita delle trattative di Marchionne, le cui capacità manageriali non sono in discussione. La discussione in Italia ha finora evitato accuratamente di affrontare il problema dei livelli di occupazione e della cassa integrazione.
E’ poi reale il rischio di un pericolosissimo scontro tra lavoratori sia a livello nazionale che internazionale. Si parla di salvare i posti degli italiani a scapito di quelli della Opel tedesca e viceversa.
Perciò per mantenere ed espandere l’occupazione e il settore dell’auto è necessario mettere in campo un vasto progetto industriale anche di riconversione. Se produrremo meno auto, potremmo produrre altri beni necessari allo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto pubblico e più in generale di macchinari, turbine, ecc. per altri settori tecnologici, ad esempio quelli legati alle grandi infrastrutture e all’ambiente. Crediamo che non manchino alla Fiat le competenze necessarie a preparare un simile programma.
E’ una grande sfida per la Fiat, per l’Italia e per il governo. Ma non è forse una strada obbligata segnata dalla crisi globale più grave della storia?

martedì 12 maggio 2009

Un Mattino mi son svegliato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Un Mattino mi son svegliato

"Un Mattino mi son svegliato": il 18 maggio a Napoli giornata per l'informazione e il Mezzogiorno

"L'identità del Mattino è a rischio e con il suo principale giornale rischia di fare un passo indietro tutto il Mezzogiorno". E' l'appello del Comitato di redazione del Mattino che ha convocato una manifestazione pubblica per lunedì 18 maggio 2009 alle 10.30 presso la sala consiliare di Santa Maria la Nova, a Napoli. Un modo per dar voce e visibilità ai tanti messaggi di solidarietà arrivati in queste settimane, dal Consiglio regionale della Campania, dal Consiglio comunale di Napoli, da sindacati, politici, da lettori e collaboratori della storica testata, i quali hanno fondato un gruppo su Facebook ("Salviamo il Mattino") forte di 4.000 adesioni.

    "Un Mattino mi sono svegliato" - questo il titolo della manifestazione - sarà l'occasione per denunciare i progetti di ridimensionamento della testata da parte della Caltagirone editore e i pericoli per Napoli e il Sud derivanti da un Mattino ridotto a foglio regionale. Il piano presentato dall'editore contiene drastici tagli del personale (un giornalista su quattro) e la chiusura della redazione di Roma. Per i servizi di politica, economia, cultura nazionali con riflessi diretti per il Mezzogiorno si prevede esplicitamente il ricorso "in maniera organica e continua" a "conoscenze presenti nelle testate del Gruppo". Ovvero al copia-e-incolla di servizi preparati da giornalisti del Messaggero, certo bravissimi - sottolinea il sindacato dei giornalisti - ma privi di una visione meridionalista.

    Proprio per illustrare che aspetto avrebbe un Mattino romanizzato il Comitato di redazione ha preparato una prima pagina provocatoria, firmata dai Sette Re di Roma, che nei giorni scorsi è stata consegnata agli azionisti della Caltagirone editore e che sarà distribuita ai partecipanti alla manifestazione del 18 maggio.

Per ulteriori informazioni e adesioni:
unmattinomisonsvegliato@gmail.com

       

Madonnine
Apprendiamo da Repubblica online che Formigoni ha donato al capocantiere del "Pirellone bis" una piccola riproduzione della Madonnina, definendola "simbolo religioso e civile di Milano e della Lombardia".

    Essa dovrà essere sempre al piano più alto della costruzione, e sarà sostituita a lavori ultimati da una Madonnina definitiva.

    Che la Madonnina sia un simbolo religioso, non c'è dubbio. Ma che non sia un simbolo religioso "di Milano e della Lombardia" è pure fuor di dubbio: anche se può sembra altrimenti, in Italia (e in Lombardia) non c'è una religione di Stato fin dal 1984.

    Non è chiaro poi cosa il Presidente intenda con l'espressione "simbolo civile". E non è chiaro perché, tra tutti i simboli civili radicati in Lombardia, egli scelga proprio la Madonnina.

    Tra l'altro molte statistiche, quelle sui matrimoni civili a Milano e in Lombardia ad esempio, smentiscono che la religione cattolica giochi un ruolo di primo piano presso la cittadinanza.

    Il circolo di Milano dell'UAAR chiede quindi la rimozione di un simbolo religioso, la cui presenza in un edificio amministrativo della Regione Lombardia è uno schiaffo al principio della laicità dello Stato.

Massimo Redaelli
Coordinatore del circolo UAAR di Milano
milano@uaar.it

       
Segnalazione

Un documentario sui ricongiungimenti familiari

Stiamo realizzando un documentario per la tsr (temps presents) sui ricongiungimenti familiari e i bambini clandestini ai tempi dello statuto dello stagionale.  Vi preghiamo di pubblicare il comunicato allegato sull'AdL.

Marina Frigerio, Basilea

La Televisione della Svizzera Romanda cerca testimonianze sulle consequenze umane del vecchio statuto dello stagionale.

    Avete vissuto personalmente anni difficili ai tempi in cui la Svizzera non permetteva i ricongiungimenti familiare dei lavoratori stagionali ? (Periodo 1950-1980)

    I vostri figli hanno vissuto per un certo periodo in Svizzera da clandestini ?
    Forse siete stato anche voi un bambino clandestino ?
    Forse conoscete una storia interessante di clandestinità in Svizzera ?
    La vostra testimonianza potrebbe essere molto interessante.
    La Televisione della Svizzera Romanda (TSR) sta lavorando ad un documentario di « Temps Presents » sul tema dei bambini clandestini nel periodo in cui vigeva lo statuto dello stagionale.

    Vi ringraziamo anticipatamente per il Vostro contributo e Vi invitiamo a prendere contatto con noi senza impegno.
La discrezione è garantita
Marina Frigerio - 031 991 42 86 - marina.frigerio@bluewin.ch
Raphaël Engel - Télévision Suisse - CP 234 - CH - 1211 Genève 8        

martedì 5 maggio 2009

Commercio internazionale

I recenti sforzi dell'amministrazione Obama per salvare la Chrysler hanno portato a una serie di accordi sul nuovo assetto societario. Se gli accordi andranno a buon fine, i lavoratori potranno detenere una quota del 55 per cento della società, la Fiat il 35 per cento, il governo e i creditori di Chrysler il restante 10 per cento. Ieri il governo ha annunciato che è stato raggiunto anche un accordo preliminare con le quattro banche che hanno finanziato più del 70 per cento del debito di Chrysler, un patto che potrebbe salvare la casa automobilistica dalla bancarotta.

The Washington Post, Stati Uniti
http://www.washingtonpost.com:80/wp-dyn/content/article/2009/04/28/AR2009042801241_pf.html



L’Africa in ginocchio

Emergenza commercio internazionale

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Costretto ad una terminologia negativa anche quando vorrebbe prospettare un po’ di ottimismo, come "la velocità di declino dell’economia si è rallentata", il summit dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche Centrali del G7 del 25-26 aprile a Washington rivela di essere ossessionato dall’emergenza finanziaria e dalla necessità di dare risposte alle insolvenze dei banchieri.

    Liquidità a tutti i costi, sembra essere il programma che dalla Federal Reserve si propaga in tutti i centri decisionali dell’economia mondiale. Ma qual è l’effetto sull’economia reale?

    Il G20 di Londra e il G7 di Washington si sono anche impegnati a "realizzare l’iniziativa di immettere almeno 250 miliardi di dollari per finanziare il commercio". E’ una piccola percentuale a confronto con i trilioni di dollari di impegni finanziari per i salvataggi delle banche in crisi, ma può essere comunque un passo importante se viene realizzato subito, prima che prodotti, merci e tecnologie restino impantanate nelle sabbie mobili della recessione.

    Intanto alcuni settori chiave del commercio mondiale hanno già perso più del 20%, come i traffici commerciali aerei. Ci sono centinaia di navi porta container ferme in vari porti. Il commercio marittimo rischia il collasso totale, con crolli dei prezzi, fallimenti di armatori, paralisi dei trasporti per mancanza di merci da trasportare. Per il 2009 il WTO prevede una contrazione del 9% del commercio mondiale, mentre per l’OCSE la perdita di commercio sarà del 13,2%.

    Nei dieci mesi che vanno da aprile 2008 a febbraio 2009 il commercio internazionale – secondo il premio Nobel ed economista americano Paul Krugman - ha subito un crollo di gran lunga superiore a quello che si ebbe in un simile periodo durante la crisi del ’29.

    A rimetterci drammaticamente sono innanzitutto i paesi più poveri. I ministri dell’economia dei paesi africani riuniti lo scorso fine settimana nella sede del Fondo Monetario Internazionale a Washington hanno dato una quadro devastato e allarmante delle loro economie.

Dall’inizio della crisi l’Africa, e in particolare quella sub-sahariana, sta soffrendo per i cambiamenti nella domanda globale, per il tracollo dei prezzi delle materie prime e per l’ulteriore scarsità di investimenti e di fondi verso il continente.

    L’Africa ha perso importanti produzioni per l’export in quanto i mercati dei paesi cosiddetti avanzati si sono contratti. La Costa d’Avorio ha perso il 22,4 % del suo commercio, soprattutto del legno; la Tanzania ha 25% in meno di ordini per la sua produzione di cotone e in forte diminuzione è anche il caffè e altri prodotti agricoli; il Ghana chiude miniere di rame e di altre materie prime, mentre un terzo del suo budget annuale scompare nei pagamenti degli interessi sul debito estero.

    Di conseguenza sono crollati la produzione, l’occupazione e i già precari livelli di vita. La Banca Mondiale ha denunciato che nel mondo, dall’inizio della crisi, i poveri con meno di 1,5 dollari al giorno sono aumentati di 50 milioni che si aggiungono al miliardo di persone che vivono nell’indigenza estrema. "L’economia globale si è deteriorata drasticamente. I paesi in via di sviluppo sono di fronte a conseguenze serie, mentre la crisi finanziaria ed economica si sta trasformando in una calamità umana."

    Quando si parla di nuove regole non ci si può limitare alla finanza ma occorre ridefinire un nuovo modello di sviluppo economico e sociale che non lasci nessuno ai margini.

Negli Anni Quaranta l’incipiente guerra fredda aveva lasciato i paesi del blocco sovietico e i paesi in via di sviluppo fuori dagli accordi di Bretton Woods e dalla ricostruzione e cooperazione internazionale.

    Guai se la nuova Bretton Woods escludesse i paesi più deboli che sono poveri di potere ma ricchi di quelle risorse e materie prime tanto ambite dai grandi paesi. Se non si affronta contestualmente al problema finanziario anche la "questione Africa"si rischia un altro fallimento sistemico che perpetuerebbe squilibri e ingiustizie!